Mondello: intervista all’architetto Monica Mirri, collezionista e proprietaria di Unìco Boutique Hotel d’Arte

Mondello: intervista all’architetto Monica Mirri, collezionista e proprietaria di Unìco Boutique Hotel d’Arte

“Le opere acquistate dai nostri ospiti raggiungono Paesi come Stati Uniti d’America e Austria: è un modo per portare la Sicilia oltre i suoi confini…”: queste le parole dell’architetto Monica Mirri, collezionista e proprietaria di Unìco Boutique Hotel d’Arte, struttura plastic-free nel cuore di Mondello

di Giordana Fauci

Da Palermo agli Stati Uniti d’America fino all’Austria: è il viaggio delle opere di numerosi artisti siciliani che, dopo essere state esposte negli spazi di Unìco Boutique Hotel d’Arte, nel cuore di Mondello, vengono acquistate da ospiti e collezionisti provenienti da ogni parte del mondo.

Credit Photo by: Damiana Cicconetti – Opera di Domenico Pellegrino

Dietro il progetto vi è Monica Mirri, architetto, collezionista e fondatrice di Unìco, con una consolidata esperienza nel settore dell’arte e della progettazione di allestimenti espositivi.

Credit Photo by: Unìco

Nel corso della sua carriera Monica Mirri ha curato la realizzazione degli allestimenti di mostre di prestigio, tra cui “Nobilis Officinae” presso Palazzo dei Normanni a Palermo; il Museo Archeologico Regionale “Antonio Salinas” di Palermo; l’allestimento temporaneo della mostra dedicata all’Enciclopedia Treccani a Roma; la mostra “Inquietudine del Volto”, curata da Vittorio Sgarbi; senza dimenticare le consulenze per la Regione Siciliana, nell’ambito della mostra “Nel Mezzo del Mezzo – Arte contemporanea nel Mediterraneo”, ospitata presso Palazzo Belmonte Riso a Palermo e, infine, numerose altre collaborazioni con prestigiose gallerie d’arte.

Credit Photo by: Unìco

L’esperienza maturata nel mondo dell’arte ha trovato la sua evoluzione in Unìco, una struttura che supera il concetto tradizionale di ospitalità per trasformarsi in uno spazio culturale vivo, ove arte, design e accoglienza dialogano quotidianamente.

Credit Photo by: Unìco

Qui le opere non rappresentano semplici elementi d’arredo, bensì parte integrante dell’esperienza degli ospiti.

Credit Photo by: Damiana Cicconetti – Opera di Nicolò Morales

Ogni ambiente racconta una storia attraverso dipinti, sculture, foto ed installazioni, offrendo ai visitatori la possibilità di conoscere gli artisti, approfondirne il linguaggio creativo e acquistare le opere, contribuendo così alla loro diffusione in Italia e all’estero.

Credit Photo by: Damiana Cicconetti – Opera di Nicolò Morales

Tra gli artisti presenti negli spazi comuni e nelle camere figurano Nicolò Morales, maestro ceramista che reinterpreta in chiave contemporanea la tradizione di Caltagirone.

Vi è, poi, Ignazio Schifano, le cui opere raccontano la Sicilia attraverso memoria, identità e contaminazioni internazionali.

Impossibile non citare altri artisti come Dalila Belato e Martin Emschermann.

Credit Photo by: Unìco – Opera di Dalila Belato

Negli anni Unìco ha esteso la partecipazione ad artisti non solo siciliani, ma provenienti da ogni parte del mondo, ospitando mostre, presentazioni, rassegne musicali, incontri letterari ed eventi culturali, così affermandosi a luogo di confronto e condivisione capace di mettere in relazione artisti, viaggiatori e appassionati d’arte.

Credit Photo by: Damiana Cicconetti – Opera di Martin Emschermann

Credit Photo by: Unìco

Un progetto che dimostra come una struttura ricettiva possa divenire anche laboratorio culturale permanente, contribuendo alla promozione del territorio e dell’arte siciliana nel mondo.

Credit Photo by: Unìco

L’architetto Monica Mirri ha rilasciato un’interessante intervista ad Occhio sul Mondo

Come nasce il progetto Unìco e da quale esigenza è nata l’idea di unire ospitalità e arte?

“Quando ho acquistato questo terreno nel 2016 immaginavo uno spazio in continua evoluzione. Non volevo creare soltanto una struttura ricettiva, ma un luogo capace di raccontare la Sicilia attraverso l’arte, il design e la cultura. Negli anni abbiamo ospitato artisti siciliani, ma anche artisti stranieri. Molti hanno scelto di lasciare qui una loro opera, contribuendo alla crescita del progetto. Questo ha permesso a Unìco di trasformarsi in un luogo in cui ogni ambiente racconta una storia e dove l’arte entra nella quotidianità degli ospiti…”.

Unìco è quindi molto più di un hotel: come nasce questo rapporto diretto con gli artisti e con le loro opere?

“L’obiettivo non è soltanto esporre opere, ma creare un luogo di incontro tra artisti e pubblico. Credo che l’arte debba essere vissuta, non soltanto osservata. Portarla fuori dagli spazi tradizionali significa permettere alle persone di avvicinarsi in modo più spontaneo, durante un viaggio o un soggiorno. L’ospite può conoscere l’artista, comprendere il significato dell’opera e instaurare un rapporto personale con ciò che vede. Vorrei che le persone potessero incontrare l’arte nella loro quotidianità, anche in un luogo inaspettato come una struttura ricettiva…”.

Le opere esposte all’interno della struttura sono state acquistate anche da collezionisti internazionali. Che emozione rappresenta vedere l’arte siciliana raggiungere il mondo?

“I clienti acquistano le opere che vedono durante il loro soggiorno. ‘Busto con farfalle’ di Dalila Belato, per esempio, è stato acquistato da una nostra ospite proveniente dal Massachusetts; mentre un’altra opera è appena partita per l’Austria. Vedere l’arte siciliana raggiungere luoghi così lontani rappresenta una grande felicità e un motivo di orgoglio. È un modo per portare la Sicilia oltre i suoi confini, facendo conoscere artisti e linguaggi che meritano attenzione internazionale. Ogni opera che parte porta con sé un pezzo della nostra identità, della nostra cultura e della nostra storia…”.

Quali sono gli artisti che hanno contribuito maggiormente alla crescita del progetto?

“Abbiamo avuto il piacere di ospitare diversi artisti che hanno lasciato un segno importante. Tra questi ci sono Martin Emschermann, Ignazio Schifano e Dalila Belato. La cosa più bella è vedere come ogni artista riesca a dialogare con gli spazi di Unìco e con le persone che li abitano anche solo temporaneamente. Molti artisti hanno scelto di lasciare una loro opera e questo ha contribuito a costruire nel tempo l’identità del progetto…”.

Negli anni Unìco è diventato anche un luogo di eventi culturali. Quali iniziative avete realizzato e quali sono i nuovi progetti?

“Abbiamo dedicato due stagioni al jazz, unendo la musica all’esperienza dell’ospitalità. La musica ha avuto un ruolo importante, perché permette di vivere gli spazi in maniera diversa e creare momenti di condivisione. Abbiamo organizzato eventi dedicati a Santa Rosalia e quest’anno inizieremo una nuova rassegna che unirà editoria, presentazioni di libri e vernissage di artisti. L’idea è continuare a creare un calendario culturale aperto, dove diverse forme artistiche possano incontrarsi e dialogare tra loro, coinvolgendo artisti, scrittori e pubblico…”.

Il progetto Unìco non riguarda soltanto la struttura, ma anche il rapporto con il territorio. Lei si è impegnata per la valorizzazione e la riqualificazione di Mondello e della piazza. Perché è importante questo aspetto?

“Credo che un progetto non possa vivere separato dal luogo in cui nasce. Quando abbiamo scelto Mondello, abbiamo scelto un territorio con una storia, una forte identità e grandi potenzialità. Per questo è importante contribuire alla sua valorizzazione e alla riqualificazione degli spazi comuni. Una struttura culturale deve dialogare con il quartiere e con le persone che lo abitano. Creare bellezza significa prendersi cura non soltanto degli spazi interni, ma anche del contesto in cui si inserisce il progetto…”.

Accanto alla valorizzazione dell’arte e del territorio, Unìco pone attenzione anche alla sostenibilità ambientale. Quali scelte avete adottato?

“Fin dall’inizio abbiamo cercato di sviluppare un modo di accogliere gli ospiti che fosse attento anche all’ambiente, lavorando per ridurre gli sprechi, limitare il consumo d’acqua e diminuire l’utilizzo della plastica. Crediamo che oggi una struttura ricettiva debba avere una responsabilità nei confronti del territorio in cui nasce. Prendersi cura di un luogo significa anche rispettarne le risorse e adottare comportamenti più consapevoli. La sostenibilità fa parte della nostra idea di ospitalità: creare un’esperienza autentica, rispettosa della Sicilia e del suo patrimonio naturale…”.

Anche il nome Unìco racchiude un legame con la Sicilia. Da dove nasce questa scelta?

“Cercavo un nome che avesse un significato nella nostra lingua. ‘Unìco’, con l’accento, richiama il termine dialettale siciliano che significa piccolo, un riferimento alle dimensioni raccolte della struttura e alla sua identità ma che, allo stesso tempo, rappresenta qualcosa di speciale, un luogo con una propria personalità…”.

Qual è la sfida più importante per il futuro di Unìco?

“La sfida è continuare ad avvicinare le persone all’arte contemporanea. Vorrei che sempre più persone potessero incontrarla nella loro quotidianità, senza barriere. L’obiettivo è creare un rapporto diretto tra pubblico e artisti, facendo capire che l’arte non appartiene soltanto ai musei o alle gallerie, ma può entrare nelle nostre vite attraverso esperienze semplici e autentiche. Unìco vuole continuare a essere un luogo aperto, dove il viaggio diventa anche occasione di conoscenza, scoperta e crescita culturale…”.

Servizio di Giordana Fauci




“Emigrare, nella maggior parte dei casi, non è una scelta…”: Luigi Fauci docet

Emigrare, nella maggior parte dei casi, non è una scelta…”: Luigi Fauci docet

Luigi Fauci, italo-tunisino nato e cresciuto in Tunisia e, in seguito, tornato in Italia dopo il suo “esilio”, invita a tener conto di una grande verità: l’emigrazione non è una scelta

di Giordana Fauci

Non pochi sono gli Italiani che in passato si sono trasferiti a vivere in Tunisia, ove hanno visto i propri figli nascere e crescere, invero integrandosi in quel meraviglioso luogo.

Uno dei molti emigrati è Luigi Fauci, che oggi ha ottant’anni ma non può non ricordare il suo vissuto: “Tutto questo accadeva agli inizi del XIX secolo, quando non solo commercianti ma finanche professionisti nostrani hanno deciso di andare alla ricerca di nuove opportunità, abbandonando il Bel Paese e decidendo di emigrare in Tunisia…”.

Del resto, altrettante ondate di emigrazioni si erano verificate già prima: intorno alla metà dell’Ottocento, quando nella capitale di Tunisi era sorta La Goletta, così chiamata perché vi sorgeva la piccola “gola” di un fiume.

La Goletta, infatti, divenne un vero e proprio quartiere abusivo della Capitale, all’interno del quale arrivarono a stabilirsi un numero considerevole di immigrati: prevalentemente maltesi e italiani, ovvero siciliani provenienti da Palermo, Trapani ed Agrigento.

Emigrati attirati da prospettive di lavoro collegate a determinate attività marinare e portuali.

Una vera e propria cittadina italiana in Tunisia, La Goletta…”: questo ricorda Luigi Fauci, che aggiunge: “Un luogo in cui a partire dal 1868  anno in cui si firmò il Trattato della Goletta l’immigrazione degli Italiani fu incoraggiata al punto che un numero sempre più massiccio di connazionali vi giunse, così assumendo la portata di un’autentica ondata immigratoria destinata a cambiare per sempre la fisionomia della città…”.

Non a caso, erano anni in cui America ed Australia erano ancora difficilmente raggiungibili.

Dunque, gli italiani in cerca di fortuna e/o di cambiamenti potevano più facilmente emigrare nella vicina Tunisia e, per l’appunto, trasferirsi nella Goletta, ove vivevano soprattutto braccianti, manovali, minatori e pescatori.

E tra le tante famiglie di italiani, non è possibile dimenticare quella dell’attrice Claudia Cardinale, nata proprio a Tunisi nell’anno 1938 e, in seguito, divenuta famosa nel mondo intero, dopo la sua elezione, nel 1957, a “la più bella italiana della Tunisia…”.

Di contro, i più abbienti poterono permettersi di trasferirsi ad Hammamet, località balneare collocata a 50 Km dalla Capitale: un luogo divenuto noto per le dimore del regista teatrale Giuseppe Patroni Griffi, nonché dell’ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi che, proprio lì, trascorse gli ultimi anni della vita, decidendo finanche di rimanervi seppellito”.

Del resto, oltre ad Hammamet e a La Goletta, vi sono altre città della Tunisia divenute “quartieri italiani”. Ma, invero “siciliani”. Biserta in primis.

Non è, di certo, un caso che la stessa lingua locale, arabo-tunisina, ancor oggi è composta da vocaboli derivanti dall’Italiano o, per meglio dire, dal siciliano.

Ed è proprio in considerazione dell’elevato numero di italiani residenti in Tunisia che nacquero sia il “quartiere della Piccola Sicilia” sia la Banca Siciliana, oltre a quotidiani come L’Unione ed enti culturali e assistenziali dedicati agli italiani, pur senza sottovalutare la presenza di teatri, cinema, scuole, ospedali e cimiteri.

Pertanto, nel giro di pochi decenni, gli italiani divennero l’elemento maggioritario in città e, grazie alle loro capacità ed al loro lavoro, si riscattarono integrandosi appieno con la popolazione autoctona, al punto da amalgamarsi attraverso matrimoni misti…”.

A rammentarlo è ancora Luigi Fauci, nato sì in Tunisia e, poi, vissuto nel “quartiere della piccola Sicilia”, nel pieno centro storico della Capitale ma figlio di genitori originari della Trinacria, ovvero di Sciacca: i coniugi Gaetano Fauci e Maria Biondolillo.

Pertanto, Luigi Fauci è cresciuto a Tunisi nei tempi in cui il Paese era una colonia francese.

Dunque, un ragazzino abituato a giocare e a studiare con altri italiani: come lui figli di emigrati, sì italiani ma finanche francesi, oltre che arabi e, invero, tunisini.

…Uno studente brillante Luigi Fauci, che a scuola ha imparato correntemente sia il francese che l’arabo, oltre a parlare la lingua italiana in famiglia e coi connazionali.

…Un giovane, Luigi Fauci, vissuto a Tunisi fino alla maggiore età, ovvero fin quando la Tunisia ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia e, poi, ha deciso di “cacciare via…” – letteralmente – gli “stranieri”: non solo i colonizzatori francesi ma anche gli stessi italiani e maltesi con cui aveva sempre convissuto serenamente.

Una convivenza vissuta in uno scenario di vivace cosmopolitismo ed in cui furono frequenti le interazioni culturali. Addirittura a livello di abbigliamento, tradizioni e/o solennità religiose…”: questo ricorda a tutt’oggi Luigi Fauci che, con grande orgoglio, si definisce italo-tunisino, nonché “amante, a pari merito di spaghetti e couscous…”, il piatto tipico di Tunisi e che ha, perciò, insegnato a cucinare all’amata moglie Nadia, di origini romane e, dunque, del tutto estranea agli usi di quelle terre che, solo per amore, ha fatto proprie…”, com’è giusto che sia tra persone che si rispettano.

Luigi Fauci, quindi, non può non ricordare perfettamente gli anni vissuti in Tunisia: “Un Paese pacifico in cui convivevano serenamente tunisini musulmani, tunisini ebrei, oltre a cristiani francesi, italiani e maltesi…”.

Né può dimenticare le terribili decisioni del Presidente Habib Bourguiba, quando arrivò ad ordinare il sequestro di tutti i beni degli stranieri in Tunisia e, addirittura, la loro estradizione: “Con le buone o con le cattive e, dunque, con attentati, violenze su donne e bambini, oltre a molte altre atrocità sugli stessi anziani…”:

…Fatti orribili che indussero gli “stranieri” – ormai non più tali, visti gli anni trascorsi in quella terra – “a prendere la via dell’esilio…”.

Tutto questo ha vissuto e subito Luigi Fauci, come pure i genitori, i fratelli e le sorelle: Carlo, Giuseppe, Maria ed Elvira Fauci.

Italiani che, avendo all’epoca documenti francesi, decisero in larga parte, di emigrare in Francia…”: come la maggior parte della famiglia Fauci, tranne Luigi – il più piccolo – che, con i genitori, fece rientro in Italia.

Così “le vestigia del passato italiano nella Goletta, ad Hammamet e a Biserta andarono distrutte per larga parte…”.

…Una fortuna che siano rimaste talune testimonianze del passaggio italiano in Tunisia, quali fregi liberty e frasi in lingua siciliana, oltre a qualche chiesa cattolica.

Luoghi che, solo molti anni dopo, i fratelli Fauci hanno visitato con commozione quando, alla ricerca della casa natia, si sono recati a Tunisi.

Luoghi ancor oggi ricordati con affetto dai tunisini più anziani, non concordi con la politica di Bourguiba.

“Stranieri” come Luigi Fauci, che hanno “mantenuto un legame affettuoso con la terra in cui sono nati e da cui sono stati esiliati ma, invero, strappati all’improvviso…”.

…Un italo-tunisino Luigi Fauci che, quando si parla di emigrazione, non può non sottolineare i problemi di chi è costretto ad abbandonare il proprio Paese per recarsi a vivere all’estero, “così necessariamente adattandosi a nuovi usi e costumi…”.

…Un tunisino-italiano Luigi Fauci, esiliato dalla terra in cui è nato e cresciuto fino alla maggiore età: un Paese in cui si è battezzato e finanche cresimato ma che, poi, ha dovuto abbandonare per rientrare in Italia, diviso per sempre da altri familiari che hanno deciso di trasferirsi in Francia.

Un cristiano Luigi Fauci, che, proprio in considerazione del suo particolare vissuto, può infondere preziosi insegnamenti – tanto più in considerazione dei tempi –: “Siamo esseri umani e dobbiamo essere umani, indipendentemente dal colore della pelle, dal credo religioso professato e dalle idee politiche di ognuno… Le guerre creano solo vittime o, nei casi migliori, esuli e migranti, come nel mio caso… Le vittime di una guerra, qualsiasi guerra, sono sempre i civili e, prima ancora, i bambini che non hanno alcuna colpa. Ecco perché la guerra, ogni guerra, è sbagliata in sé. Ecco perché non si può non sottolineare l’ovvio: chi emigra lo fa – e non potrebbe non farlo – nella maggior parte dei casi per necessità, non certo per scelta… Teniamone conto!”.

L’esilio-doppio di Luigi Fauci e dei suoi familiari, dall’Italia in primis e dalla Tunisia in seguito, dopo il sequestro di ogni bene – frutto di duro lavoro e sacrifici – li ha costretti “a rimboccarsi le maniche per ben due volte…”: quando dall’Italia sono emigrati in Tunisia e, successivamente, quando sono rientrati in Italia, dopo essere stati privati di tutto, dunque, della loro casa, come pure della tomba, acquistata per riposare in una terra oramai amata come propria e non certo reputata “straniera”.

Per questo motivo Luigi Fauci è oltremodo certo che: “Non tutti si mettono nei panni delle persone che migrano… Certamente con la speranza di vivere un futuro migliore e indubbiamente onesto, sia bene inteso! Come è accaduto a noi Italiani nel secolo scorso e ancor oggi per chi emigra in America, in Australia e finanche in Africa. Non dobbiamo dimenticare che i migranti lasciano il proprio Paese perché nella maggior parte costretti, magari per sfuggire da terribili guerre, oltre che da condizioni di povertà…”.

…Un uomo degno di rispetto e stima Luigi Fauci, perché ha compreso che molto resta ancora da fare per garantire ad ogni Uomo un futuro in cui vengano riconosciuti a tutti i loro diritti: senza distinzione alcuna.

Photo dell’archivio di Germano Fauci