Le Terrazze al Colosseo: un balcone sulla storia e sui sapori di Roma

Le Terrazze al Colosseo: un balcone sulla storia e sui sapori di Roma

Archeocucina alla Terrazze del Colosseo: un viaggio sensoriale nell’antica Roma tra storia e sapori

di Giordana Fauci

A pochi passi dall’imponente Anfiteatro Flavio, sorge un luogo che riesce a coniugare la bellezza del panorama con l’arte della gastronomia. 

Le Terrazze al Colosseo, all’ultimo piano dell’Hotel Room Mate Mia, offrono oggi un’esperienza che va oltre il semplice aperitivo o la cena.

…Rappresentano un viaggio nella storia e nella cultura culinaria della Città Eterna.

La terrazza si distingue per il suo design raffinato e versatile, in linea con la recente ristrutturazione dell’hotel, destinato ad entrare nella prestigiosa Room Mate Collection. 

Un “balcone” che guarda il Colosseo, ma anche un progetto lungimirante firmato da Massimo Salerno di Mchef e NoSilence Eventi, che unisce l’esperienza consolidata nel mondo Ho.Re.Ca. con l’arte dell’ospitalità e dell’evento, creando un luogo capace di accogliere sia piccoli momenti di convivialità sia grandi celebrazioni.

L’offerta eno-gastronomica è studiata per ogni momento della giornata. Il bistrot propone un comfort food cosmopolita, dai piatti di pesce e crostacei alle ricette della tradizione italiana, pensato per un pranzo veloce ma gustoso o per un aperitivo raffinato.

Ma è con il progetto “L’Archeocucina racconta l’antica Roma” che Le Terrazze al Colosseo raggiungono il loro apice culturale e storico.

“A cena con Augusto e Nerone”, invita gli ospiti a riscoprire la gastronomia romana imperiale, tra Ottaviano Augusto e Nerone, attraverso piatti tratti dai ricettari di Marco Gavio Apicio reinterpretati dallo Chef Daniele Marzella.

La cena diventa così un’esperienza multi-sensoriale: il Colosseo si trasforma in cornice scenografica; mentre attori professionisti intrecciano storie e aneddoti dell’epoca, trasportando gli ospiti in un passato che sembra rivivere sotto le stelle di Roma.

Questo progetto è una forma di archeologia sensoriale, ove la storia viene assaporata, raccontata e reinterpretata con rigore e creatività. 

La combinazione di ricerca storica, alta cucina e performance teatrale trasforma ogni pasto in un convivium, un’occasione per vivere la tavola come lo facevano i grandi dell’antica Roma, tra eleganza e ritualità.

Passeggiare tra i tavoli, sorseggiare un drink e assaporare un piatto, significa così partecipare ad una narrazione che unisce architettura, storia e cibo, in un racconto che è profondamente romano.

Credit Photo by: Le Terrazze al Colosseo




Miss Chef celebra la cucina italiana in Tunisia: successo per la X Settimana della Cucina Italiana nel Mondo

Miss Chef celebra la cucina italiana in Tunisia: successo per la X Edizione della “Settimana della Cucina Italiana nel Mondo“

Il tema centrale dell’edizione 2025, “La lingua del cibo”, ha sottolineato il ruolo identitario della cucina delle donne come strumento di dialogo tra Italia e Tunisia

di Giordana Fauci

Dal 18 al 21 novembre l’associazione internazionale Miss Chef è stata protagonista, in Tunisia, della X Edizione della “Settimana della Cucina Italiana nel Mondo”.

La gara, tenutasi il 20 novembre presso l’Academie des Chefs di Tunisi, ha rappresentato il momento clou dell’evento.

L’iniziativa è stata realizzata in partnership con l’Academie des Chefs, con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Tunisi, nonché del Ministero degli Affari Esteri italiano.

Fondata nel 2012, l’associazione è presieduta da Mariangela Petruzzelli, giornalista e autrice tv per la Rai, direttrice artistica del premio e del format televisivo, altresì responsabile del Dipartimento Pari Opportunità della CIM-Confederazione Italiani nel Mondo. 

Miss Chef è la prima competizione culinaria tutta al femminile che vede sfidarsi alcune delle migliori chef italiane ed estere, con l’obiettivo di valorizzare i menù della tradizione culinaria italiana e promuovere le eccellenze eno-gastronomiche internazionali.

Il concept unisce cultura, tradizione e innovazione, con particolare attenzione alla Dieta Mediterranea, patrimonio dell’umanità, oltre che simbolo di benessere psico-fisico e qualità della cucina italiana.

Dunque, un format che promuove l’imprenditoria femminile nei settori agro-alimentare, artigianale, turistico, culturale ed eno-gastronomico, al contempo realizzando iniziative sociali e culturali volte a valorizzare il ruolo della donna nella società e nel mondo professionale.

Dal 2017 l’associazione è attiva anche nella lotta contro la violenza di genere, con progetti internazionali di cooperazione, formazione e turismo sostenibile in Paesi come Tunisia, Somalia, Mozambico, Congo, Niger e Senegal.

Il 20 novembre, pertanto, le quattro chef Boumaiza Ameni, Ferchichi Ameni, Maria Garbi e Rawdha Ferchichi si sono sfidate in un show-cooking, realizzando piatti storici in cui sono state sapientemente unite innovazione e tradizione, utilizzando prodotti tipici della dieta mediterranea italiana e tunisina.

I piatti sono stati valutati da due giurie: una istituzionale, composta da rappresentanti del mondo socio-culturale; una tecnica, formata da chef ed esperti gastronomi. 

La giuria istituzionale è stata presieduta da Wafa Khiari, presidente dell’associazione tunisina Ahna Maak, composta da Anna De Ioris, Amir Moussa e Dora Beji.

La giuria tecnica è stata presieduta da Ayoub Chaftar, presidente dell’Academie des Chefs, insieme a Raouf Jlassi, Slim Bettaieb ed Elena Schinaia.

Le vincitrici hanno ricevuto i gioielli Atika Handmade, realizzati dall’artista Meriem Sraieb.

L’evento è stato presentato da Neila Jazi, responsabile comunicazione Miss Chef in Tunisia.

Sempre nella stessa giornata si è svolto il talk “La lingua del cibo. Donne italiane e tunisine a confronto tra cucina, cultura e impresa”.

Nella stessa occasione è stato finanche presentato il progetto “La Festa dei Pastori di Semmama”, evento culturale internazionale in programma dal 25 al 29 marzo 2026, dedicato alle tradizioni pastorali, alla sostenibilità e all’eno-gastronomia, con la partecipazione di artisti e operatori culturali dall’Italia e dal mondo.

L’iniziativa ha puntato a valorizzare il dialogo culturale italo-tunisino attraverso la cucina femminile, promuovendo oltre alla dieta mediterranea, l’imprenditoria e la creatività delle donne.

Il tema centrale dell’edizione 2025, “La lingua del cibo”, ha sottolineato il ruolo identitario della cucina delle donne, come strumento di dialogo tra Italia e Tunisia.

Mariangela Petruzzelli ha dichiarato, con orgoglio: “Siamo onorati di aver portato Miss Chef in Tunisia, così consolidando due anni di lavoro sul territorio, con massima cooperazione tra donne italiane e tunisine. Questo evento celebra la cultura, la gastronomia e il valore del lavoro femminile, ricordando anche l’importanza della lotta contro la violenza di genere, nel giorno simbolico del 25 novembre…”.




Sapori d’Italia: dal Cacio della Campagna Romana alla ricchezza dei salumi e formaggi italiani

Sapori d’Italia: dal Cacio della Campagna Romana alla ricchezza dei salumi e formaggi italiani

Giuseppe Sidoti, esperto affinatore e appassionato conoscitore di formaggi e salumi italiani, racconta, in un’intervista, la tradizione dei prodotti eno-gastronomici del Bel Paese

di Giordana Fauci

Il Bel Paese è famoso nel mondo intero per la straordinaria varietà di prodotti eno-gastronomici: salumi, formaggi e vini rappresentano un patrimonio culturale unico per l’Italia.

Ogni regione, infatti, è custode di ricette tradizionali e metodi di lavorazione tramandati da generazioni, capaci di trasformare ingredienti semplici in sapori autentici e riconoscibili.

Così, nella Capitale, a pochi passi da Campo de’ Fiori, vi è un luogo storico che, da sempre, propone ricercate produzioni nazionali: si tratta de Il “Cacio della Campagna Romana“, esempio di eccellenza del gusto romano ma, invero, italiano.

Ed a contribuire alla presentazione di cotante eccellenze, valorizzandole e tramandandole ancor di più – non solo in Italia, bensì nel mondo intero – vi sono custodi appassionati ma, al tempo stesso, interpreti moderni della cultura gastronomica nostrana: si tratta di Giuseppe Sidoti, Nazzareno Teloni ed Ercole Fiorda, proprietario dello storico locale.

Giuseppe Sidoti ha raccontato, con un sorriso che ha accompagnato l’intera intervista, “l’amore per il suo lavoro che è, al tempo stesso, passione…”.

Giuseppe ha, quindi, spiegato che “il Cacio romano, ottenuto da latte di pecora locale, ha un sapore deciso e una consistenza compatta… La sua lavorazione tradizionale riflette secoli di esperienza contadina, oltre a rispetto per il territorio…”.

Non a caso, Ercole Fiorda è da anni impegnato nella promozione dei prodotti caseari del Lazio, raccontandone la storia, finanche nelle sagre locali e nelle degustazioni guidate, al contempo spiegando come “il clima e i pascoli della campagna romana conferiscono al formaggio un aroma unico…”.

Nazzareno Teloni ha, infine, chiarito che “il formaggio non è solo un alimento gustoso ma, al tempo stesso, sano. Perché fonte di proteine, calcio e vitamine… Nutrienti fondamentali per la salute, oltre che simbolo di una tradizione viva…”.

“I formaggi italiani sono un patrimonio variegato…”, ha aggiunto Giuseppe Sidoti: “Dal nord al sud, l’ltalia offre formaggi di ogni tipo: stagionati, freschi, vaccini, ovini o misti. Il Parmigiano Reggiano, simbolo di eccellenza; il Gorgonzola cremoso; la Mozzarella di Bufala Campana dalla pasta morbida e, ancora, il Pecorino Sardo dal sapore deciso: ognuno racconta la storia del proprio territorio…”.

E, del resto, Giuseppe Sidoti è esperto affinatore ed appassionato di formaggi artigianali. Per questo non ha potuto non ricordare come “dietro ogni forma c’è il lavoro paziente dei casari; la cura nella stagionatura; la conoscenza del tempo, della temperatura… Aspetti che garantiscono la qualità del prodotto, oltre a salute e benessere del consumatore…”.

La stessa medicina conferma, da anni, la rilevanza dei nutrienti forniti dai formaggi, al pari dei salumi che, se consumati con moderazione e in modo equilibrato, oltre a permettere di scoprire le tradizioni locali – magari attraverso esperienze sensoriali – contribuiscono ad arricchire la dieta di proteine e minerali, senza rinunciare al piacere del gusto.

Perché, a generare problemi, è sempre e solo l’eccesso; di contro è la selezione attenta delle carni, oltre alla stagionatura a rappresentare garanzia di qualità.

Giuseppe Sidoti ha, d’altro canto, evidenziato quanto i salumi italiani siano ricchi di storia: “dal Prosciutto di Parma al Salame di Milano: dalla Coppa Piacentina alla Pancetta di Calabria… Varietà infinite ma tutte eccezionali…”.

Cosi Giuseppe Sidoti, assieme a Nazzareno Teloni, da esperti conoscitori delle tecniche di lavorazione dei salumi tradizionali, hanno sottolineato “l’importanza di preservare le pratiche artigianali, tramandando alle nuove generazioni il rispetto per la materia prima…”.

…Perché “tradizione, territorio e salute sono i fili che legano i salumi e i formaggi italiani in una relazione stretta, finanche con le pratiche sostenibili…”.

…Perché “conoscere ed apprezzare questi prodotti significa anche supportare le filiere locali, oltre a promuovere scelte alimentari consapevoli…”.

…Perché, “dietro ogni prodotto tipico, non può non esservi una comunità di produttori, pastori e artigiani che, con dedizione e passione, mantengono viva la memoria del gusto italiano...”.

…Perché, “se consumati con equilibrio, formaggi e salumi divengono parte di una dieta sana, capace di coniugare gusto e benessere…,” come conferma, oltremodo convinto Giuseppe Sidoti che non intende, in ogni caso, sottovalutare la prelibatezza di tutti gli altri cibi e prodotti italiani, noti in ogni dove… “I pregiati vini… Il Chianti in primis; a non dimenticare la bontà del pistacchio siciliano…”.

Con queste parole, accompagnate dall’aroma intenso del “Cacio della Campagna Romana” e da una varietà dei salumi, Giuseppe Sidoti ha raccontato le storie di territorio, tradizione e passione dei prodotti eno-gastronomici italiani. 

Prodotti che meritano di essere apprezzati e conosciuti non solo per il sapore autentico, bensi per mantenere viva una cultura alimentare che da secoli unisce qualità, nutrizione e piacere.

…Una conoscenza che avviene ancor oggi grazie a persone come Giuseppe Sidoti, custode di memorie dei sapori d’Italia, che, con orgoglio e amore, desidera tramandare al mondo intero.

Credit Photo by: Damiana Cicconetti




“I Primi d’Italia” celebra 26 anni di eccellenza culinaria e identità italiana

“I Primi d’Italia” celebra 26 anni di eccellenza culinaria e identità italiana

Presentata al Ministero dell’Agricoltura la 26ª edizione de “I Primi d’Italia“, il Festival Nazionale dei Primi Piatti in programma a Foligno dal 25 al 28 settembre

di Damiana Cicconetti

Venerdì 5 settembre, nella prestigiosa Sala Cavour del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste, è stata presentata la 26ª edizione de “I Primi d’Italia“, il Festival Nazionale dei Primi Piatti in programma a Foligno dal 25 al 28 settembre.

Alla conferenza stampa hanno preso parte il Ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida; il Presidente di Epta Confcommercio Aldo Amoni; l’Assessore al Turismo del Comune di Foligno Michela Giuliani; il Direttore del GAL Valle Umbra e Sibillini David Fongoli; il Presidente di Assoprol Umbria Marco Viola.

Organizzato da Epta Confcommercio con il patrocinio e il contributo del Comune di Foligno, il Festival si conferma come l’evento più atteso da appassionati e turisti, capace di attrarre decine di migliaia di visitatori dall’Italia e dall’estero.

Per quattro giorni il cuore della città umbra si trasformerà in un grande palcoscenico del gusto: le storiche taverne dei Rioni della Giostra della Quintana ospiteranno i dieci “Villaggi del Gusto”, templi dedicati ai primi piatti della tradizione italiana.

Accanto alle ricette più amate, spazio all’alta cucina con gli chef stellati di “A tavola con le stelle”, cooking show, nonché laboratori artigianali per adulti e bambini.

Nel corso della conferenza il Ministro Francesco Lollobrigida ha consegnato ad Aldo Amoni la targa di ambasciatore della qualità, a sostegno della candidatura della cucina italiana a Patrimonio Mondiale Unesco.

“Siamo al fianco di questa organizzazione, proprio nell’anno in cui auspichiamo che la cucina italiana diventi patrimonio dell’umanità dell’UNESCO…”, ha dichiarato Lollobrigida.

“Cucinare è il racconto dell’eccellenza, con imprese di ristorazione e industrie italiane che portano il meglio del nostro Paese nel mondo e che trovano a Foligno, città splendida di una regione meravigliosa qual è l’Umbria, una vetrina di grande valore...”, ha altresì aggiunto.

Il Ministro ha poi ribadito come la cucina italiana sia parte essenziale dell’identità nazionale: “Non parliamo soltanto di alimentazione, ma di cultura, di tradizione e di socialità. I nostri piatti raccontano storie, territori, comunità e saperi che ci rendono unici al mondo…”.

Lollobrigida ha infine sottolineato il ruolo strategico del settore agro-alimentare: “Valorizzare le nostre eccellenze significa rafforzare l’intera filiera, dai produttori agricoli ai ristoratori. Eventi come questo hanno la forza di mostrare quanto l’Italia sia in grado di unire gusto, qualità e innovazione…”.

Per Aldo Amoni, Presidente di Epta Confcommercio, il Festival rappresenta un volano straordinario per l’economia locale: “Commercianti, ristoratori e strutture ricettive beneficiano concretamente dell’indotto che l’evento è in grado di generare. È questo duplice valore, culturale e socio-economico, a rendere la manifestazione unica e irrinunciabile…”.

L’edizione 2025 sarà all’insegna della solidarietà: il Festival sosterrà infatti Telethon e la ricerca sulle malattie genetiche rare, con l’obiettivo di dare un aiuto concreto a chi ne ha più bisogno.

Con le eccellenze alimentari, la capacità di coniugare tradizione e innovazione e il forte legame con la cultura italiana, “I Primi d’Italia” si conferma una vetrina d’eccellenza dell’Italia nel mondo intero.

Credit Photo by: Giordana Fauci




Cibo biologico: la scelta ecosostenibile che garantisce un futuro migliore

Cibo biologico: la scelta ecosostenibile che garantisce un futuro migliore

Il cibo bio non è una nuova “tendenza” e neppure un nuovo settore economico, bensì una scelta che mira a garantire il benessere dell’ambiente e dell’Uomo

di Damiana Cicconetti

L’Italia si conferma leader nel panorama europeo per l’agricoltura biologica, vantando circa 2,2 milioni di ettari coltivati secondo i principi del bio.

Tale posizionamento rende il Bel Paese primo in Europa e secondo a livello mondiale finanche per esportazione di prodotti biologici.

La coltivazione bio non è solamente una “tendenza”, bensì elemento-chiave delle politiche europee, che mirano a promuovere la produzione e il consumo di alimenti biologici con l’obiettivo di ottenere benefici ambientali, economici e sociali.

Non a caso, in tal contesto spicca il progetto denominato “Being Organic in EU”, volto non solo a promuovere l’agricoltura biologica ma altresì a preservare la biodiversità e gli ecosistemi.

Del resto, il biologico è sempre più riconosciuto come risposta efficace alle problematiche legate al cambiamento climatico.

Per tanti e tali motivi le politiche europee si interessano al biologico perché credono fermamente nel potenziale di rendere migliori le abitudini alimentari dei cittadini.

…Un approccio che, dunque, mira ad implementare le coltivazioni e i consumi bio, creando al contempo una consapevolezza culturale attorno ai valori del biologico.

L’agricoltura biologica, infatti, si basa sulla naturale fertilità del suolo, escludendo l’uso di pesticidi e tutelando tanto l’ambiente quanto la salute umana.

Optare per il cibo biologico significa, quindi, compiere una scelta etica che rispetta la biodiversità e il nostro ecosistema.

A confermarlo lo stesso Paolo Carnemolla, Segretario Generale di FederBio che così conferma: “Il biologico non è solo un’opportunità economica, bensì comporta benefici per la salute delle persone e dell’ambiente…”.

Un approccio che, perciò, sta guadagnando terreno anche nel settore della ristorazione, con l’insorgere di locali e ristoranti che offrono cucina biologica, sia in Italia che nel resto del mondo.

…Nuove opportunità economiche ma, prima ancora, scelte eco-sostenibili che non potranno non generare rilevanti benefici per tutti: per l’ambiente in primis e, al contempo, per ogni essere vivente, sia esso Uomo che propriamente animale. 

Graphic created by: Damiana Cicconetti




Speakeasy: incontri tra differenti culture

Speakeasy: incontri tra differenti culture

Gli speakeasy affascinano sempre più, in nome dell’ormai tramontato periodo del Proibizionismo

di Damiana Cicconetti

Negli anni ’20 l’America ha attraversato un periodo di fermento culturale e sociale, segnato dall’adozione del Proibizionismo, periodo in cui era vietata sia la produzione che la vendita di alcolici.

…Un’epoca in cui si è così generata un’inattesa risposta: la nascita degli speakeasy, ovvero bar e locali “clandestini” ove tanti e tali divieti venivano infranti.

Il Proibizionismo, infatti, imponeva un divieto assoluto di vendita, produzione e trasporto di alcolici.

E, proprio a causa di tanti e tali divieti, ha avuto origine il termine “speakeasy”, con cui si suggerisce l’idea di dover parlare sottovoce per non destare sospetti.

Eppure, ancor oggi, in un’epoca in cui la tecnologia imperversa ovunque, gli speakeasy stanno vivendo non solamente una rinascita, ma risultano, addirittura, in notevole aumento. Invero in ogni città d’Italia.

Perché gli speakeasy attraggono sia gli amanti della storia che gli appassionati di mixology, ossia l’arte della preparazione dei cocktail, risalente ai primi decenni dell’800.

Così non pochi sono i locali di tendenza che si adoperano per ricreare quell’atmosfera del passato, con ingressi collocati in luoghi nascosti, nei quali si accede solo e unicamente grazie a parole segrete, fornite unicamente a coloro che hanno prenotato per l’occasione.

Ma gli speakeasy rappresentano molto più che semplici bar, visto che vi si possono gustare finanche ottime pietanze e, così, aver modo di conoscere altre culture.

Dunque, sono i simboli di un’epoca di sfide e resilienza.

…Bar spesso collocati dietro ante di vecchie librerie o antichi armadi.

…Locali presenti in tutta Europa e, finanche, nel mondo orientale.

Angoli semi-nascosti da cui si accede dopo aver varcato l’entrata “ufficiale” del locale e che, poi, introducono in mondi apparentemente lontani e, in realtà, vicini ai nostri: non solo in campo eno-gastronomico ma, prima ancora, culturale e sociale.

Graphic created by: Nadia Di Mario




Piatti “variegati” ma non certo “italiani”

Piatti “variegati” ma non certo “italiani”

Esistono palati “eroici”, in grado di mangiare particolari carbonare a base di yogurt e panna ma che non si possono, di certo, definire “Made in Italy”

 di Giordana Fauci

Chissà in quante occasioni gli italiani, in viaggi di piacere o di lavoro all’estero, avvertono la nostalgia di un buon piatto di pasta. E, in quelle stesse occasioni, chissà che delusione ritrovarsi innanzi a piatti che, al di là del nome, nulla hanno a che fare con il cibo italiano e neppure vagamente gli somigliano. In primis la pastasciutta che, tra gli errori più comuni nel cucinarla, è cotta per tempi infiniti, col risultato che, quando si mangia, non sa di altro se non di colla, oltre a presentare uno sgradevole aspetto molliccio.

A non dimenticare chi, invece di lasciar bollire l’acqua già salata, vi immerge subito gli spaghetti… Per così dire “a freddo…”!

Non si può, in merito, non ricordare il noto film di Checco Zalone, alquanto esterrefatto per il modo di cucinare gli spaghetti nei Paesi del Nord Europa.

E come dimenticare le molte carbonare improponibili che, anziché essere cucinate con uova, guanciale, pecorino e pepe, all’estero sono servite con una cremosità a base di yogurt e panna.

O, ancora, le varianti di pasta al pesto in cui, invece dei gustosissimi pinoli – oltremodo difficili da reperire all’estero –, si utilizza qualunque altro genere di frutta secca.

Da non dimenticare, infine, la pasta allo scoglio condita col formaggio, come sono soliti fare i molti turisti che giungono in Italia e non comprendono la gravità del gesto.

Vi è, inoltre, chi scambia per caprese formaggi che nulla hanno a che vedere con la mozzarella di bufala o il fior di latte, preferendo usare formaggi industriali; oppure chi serve le melanzane utilizzando fette di pollo.

E, poi, come non considerare che esistono ormai da tempo pietanze attribuite ingiustamente al Bel Paese, quali la pasta con le polpette, tanto in voga in Francia e negli Stati Uniti ma che non rientra, di certo, tra i piatti italiani.

Da ultimo, la pizza, ormai completamente “distrutta”, visto che esiste quella con i crauti, in uso in Germania e, ancora, quella svedese – cosiddetta hawaiana – con ananas, banana e curry.

…Pizze improponibili, abbinate oltretutto al cappuccino o, per meglio dire, ad una brodaglia calda che neppure gli somiglia lontanamente; come avviene per il caffè, diverso da quello italiano finanche per il colore.

Un capitolo a parte è caratterizzato dall’“italianità nei cibi in scatola”, che nulla hanno a che fare col “Made in Italy” e che solo gli italiani, con la loro italianità, sanno realizzare.

…Perché, se è vero che si può essere o meno d’accordo su “rivisitazioni” di piatti tipici del Bel Paese che, in ogni caso, sono e devono restare italiani, è ancor più vero che, “spacciare” per italiano ciò che non lo è, è a dir poco intollerabile. E, invero, ricorda una vera e propria “truffa” per un Paese che considera i suoi alimenti – in primis, pasta e caffè – emblemi dell’Italia da sempre.

Credit photo by: Nadia Di Mario   




Frappe e castagnole: i dolci del Carnevale italiano

Frappe e castagnole: i dolci del Carnevale italiano

Frappe e castagnole: i dolci che “accomunano” il Carnevale di ogni regione d’Italia, seppur in differenti varianti

di Giordana Fauci

Frappe e castagnole sono i dolci “emblema” del Carnevale italiano che, quest’anno, ha avuto inizio il 16 febbraio e si concluderà il prossimo 4 marzo.

Eppure, pasticcerie e forni italiani offrono cotante prelibatezze già da molte settimane oramai.

Le frappe e le castagnole “accomunano” i festeggiamenti del Carnevale in ogni regione d’Italia, seppur in differenti varianti e, invero, fin dall’antica Roma. 

La tradizione vuole che siano servite fritte, anche se sono sempre più frequenti le versioni al forno, indubbiamente più leggere, oltre che maggiormente salutari: entrambe ottenute da impasti diversi, a seconda dei diversi usi regionali.

E a rendere diverse tante e tali bontà sono gli stessi nomi: Chiacchiere in Lombardia; Bugie in Piemonte; Crostoli in Veneto e Cenci in Toscana.

…Questi i molti nomi con cui vengono denominate le frappe che, tra maschere e coriandoli, non solo i più piccini ma finanche gli adulti sono soliti gustare durante il periodo del Carnevale e, a dire il vero, già subito dopo la conclusione delle Feste di Natale.

Del resto, come potrebbe una città come Roma non festeggiare il Carnevale: una festa dal sapore oltremodo antico, visto che ha origini nei Saturnali, celebrazioni religiose proprie dell’antica Roma, perché dedicate all’insediamento del titano Saturno nel tempio, all’epoca della mitica Età dell’Oro.

Così la Capitale continua ancor oggi ad offrire frappe e castagnole nelle più disparate varianti, quali castagnole classiche, ricoperte al miele, arricchite di zuccherini colorati; oppure frappe con cioccolato, alla crema, alla ricotta, al pistacchio e, ancora, al rum, all’archemes, ripiene di vaniglia, o addirittura ai frutti rossi.

…A non dimenticare il fai da te casalingo, ancor più variegato. 

Sta di fatto che, al di là di differenze e varianti, nel periodo di Carnevale frappe e castagnole si gustano in ogni luogo d’Italia.

Dunque, le frappe si presentano come strisce sottili, flagranti e leggere, ricoperte di zucchero a velo; le castagnole, invece, sono le tipiche palline di pasta fritta, soffici, lievitate e ricoperte di zucchero semolato. 

…Impossibile non averle gustate almeno una volta!

Non a caso, frappe e castagnole appaiono finanche in antiche opere letterarie, proprio a testimonianza di una secolare esistenza che perdura.

Nell’anno 1684, ad esempio, il cuoco di Casa Farnese ha messo per iscritto una ricetta molto simile a quella delle attuali frappe; mentre, qualche anno dopo, nel 1692, è stato il cuoco della Casa Reale dei D’Angiò a lasciare in eredità la ricetta degli “struffoli alla romana…”, che – guarda caso! – corrispondono perfettamente alle castagnole che si gustano ed apprezzano ancor oggi.

Perciò, ai molti dolci prodotti nel Bel Paese, inevitabilmente divenuti noti in tutto il mondo per la loro bontà, è impossibile non aggiungere quelli che contraddistinguono i festeggiamenti carnascialeschi, pur senza dimenticare le altre tradizioni del periodo, fatte di maschere, carri, riti e festeggiamenti folcloristici, con interi borghi che si colorano in maniera speciale e che, inevitabilmente, attirano un numero sempre maggiore di turisti provenienti da ogni parte del mondo.

Come non ricordare il Carnevale di Viareggio e Ronciglione in primis, pur senza dimenticare quello di molti paesi e città del Lazio, tra cui Frascati, a pochi chilometri dalla Capitale; oppure il Carnevale di Poggio Mirteto, in provincia di Rieti. E, poi, ancora, i festeggiamenti di Acquapendente, Civita Castellana, Montefiascone, cittadine e borghi meravigliosi che si trovano a Viterbo. O, ancora, Sora, ridente paesino del frosinate e, infine, Formia, in provincia di Latina. 

…Usanze e golosità che, non a caso, sono apprezzate e, perciò, divenute oltremodo note finanche oltralpe oramai.

Credit Photo by: Luigi Fauci




Novel Food e carne sintetica: opinioni degli esperti

Novel Food e carne sintetica: opinioni degli esperti

Carne coltivata: il Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria sottolineano l’assenza di studi adeguati riguardo la sicurezza e la qualità nutrizionale

di Giordana Fauci

La carne sintetica, prodotta in laboratorio attraverso la coltivazione di cellule animali, ha generato un acceso dibattito.

Eppure si tratta di un’innovazione priva di contaminanti e antibiotici e che, perciò, si propone come alternativa all’allevamento tradizionale, noto per l’impatto significativo sul riscaldamento globale e per il consumo eccessivo di risorse come acqua e suolo.

I benefici ambientali della carne sintetica, dunque, sono notevoli, visto che da una singola cellula possono essere ottenuti fino a 10.000 chili di carne in poche settimane, senza la produzione degli scarti derivanti dalla macellazione convenzionale.

Ecco perché le associazioni ambientaliste, riconoscendo il potenziale di tale tecnologia, che andrebbe a ridurre il numero di animali sacrificati per il consumo, non possono non schierarsi a favore di questa nuova frontiera alimentare.

Tuttavia, accanto agli aspetti ecologici, emergono preoccupazioni sulla salute.

In effetti, esperti del settore nutrizionale, come il Professor Giorgio Calabrese, mettono in guardia dai possibili rischi legati ai processi di produzione della carne sintetica, inclusa la possibilità di sviluppo di cellule tumorali.

Ed è la Dottoressa Stefania Ruggeri, ricercatrice CREA – Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e Analisi dell’Economia Agraria – a sottolineare l’assenza di studi adeguati riguardanti la sicurezza e la qualità nutrizionale di tali alimenti, suggerendo così di preferire una dieta ricca di legumi piuttosto che incrementare il consumo di carne, sia essa sintetica o tradizionale.

Altri esperti, come Tim Noakesmith, esprimono dubbi sulla mancanza di una tradizione di consumo di carne sintetica, che rende incerta la risposta del nostro sistema immunitario.

Senza dimenticare che ulteriori preoccupazioni riguardano l’utilizzo di additivi che, sebbene rendano migliore il sapore, possono compromettere la salute.

Certo è che solamente il tempo potrà chiarire le reali implicazioni che la carne sintetica ha sul benessere.

Così, alla luce di cotanti dubbi, tra i sostenitori della carne biologica e i fautori della carne sintetica, il dibattito sull’importanza di garantire la sicurezza dei Novel Food continua a persistere.

Soprattutto in considerazione del fatto che la salute della carne sintetica resta questione controversa in tutta Europa, pur avendo già trovato spazio nei mercati australiani ed americani.

Non a caso, l’Unione Europea ha investito ben 7 milioni di euro nella ricerca; mentre l’Italia ha adottato un vero e proprio divieto sulla produzione e commercializzazione, invero di ogni alimento sintetico, con la creazione di un provvedimento atto a tutelare la salute pubblica e a comminare sanzioni severe in caso di violazioni.

…Un provvedimento che, però, è stato bloccato dalla Commissione Europea, la quale ha informato il governo di avere archiviato in anticipo la notifica sulla legge che vieta la “carne sintetica”, perché “il testo è stato adottato dallo stato membro prima della fine del periodo di sospensione previsto dalle direttive europee…”. Da qui l’invito della Commissione Europea al governo italiano “di informarla del seguito dato, anche alla luce della giurisprudenza della Corte di Giustizia…”.

Così l’Unione Europea potrebbe in futuro autorizzare la commercializzazione di carne sintetica, consentendone l’importazione anche nei supermercati italiani, nonostante il Bel Paese si sia adoperato in ogni modo per adottare una posizione restrittiva.

Pertanto ora si è in attesa della statuizione di nuove linee-guida per la possibile produzione in Europa.

…Perché la salute è e deve rimanere la priorità.

Credit photo by: Germano Fauci




Il caffè: icona italiana con un must partenopeo

Il caffè: icona italiana con un must partenopeo

Il Bel Paese è la Patria del caffè, ma quello partenopeo non è solo una bevanda, peraltro eccellente e inimitabile, bensì “costume culturale”

di Giordana Fauci

Il Bel Paese è la Patria del caffè da molti secoli: una bevanda consumata dal Nord al Sud d’Italia; conosciuta ma, anzi, vanamente copiata nell’intero mondo. In Italia, poi, esistono addirittura due differenti tipi di caffè: italiano e napoletano.

Il caffè partenopeo è diverso da ogni altro e, invero, unico per miscela, tostatura, preparazione e, soprattutto, per il modo in cui è servito.

Senza, poi, dimenticare che si differenzia da quello italiano anche per storia e tradizione.

E, in effetti, il caffè di Napoli è l’unico al mondo ad avere origini reali, visto che è stata Maria Carolina di Asburgo, moglie di Ferdinando
da Borbone a proporlo dapprima proprio a Napoli e, in seguito nel Regno delle Due Sicilie.

Protagonista nel teatro, nel cinema, nella musica e nella letteratura nazionale e mondiale, fin dai tempi del “grande” Eduardo De Filippo, pur senza dimenticare Pino Daniele, Sofia Loren e Massimo Troisi.

Ecco perché diviene a tal punto doveroso evidenziare le cinque differenze tra il caffè italiano e napoletano, soffermandosi a considerare la sua particolarissima miscela, l’acqua, oltre alla maniera in cui è servito, da baristi unici più che eccezionali e, infine, il suo singolare consumo.

…Perché, per quel che riguarda la miscela non può essere sottaciuto che il caffè proposto dalle torrefazioni napoletane si caratterizza per un gusto forte e deciso: i suoi chicchi, infatti, sono tostati e, anzi, cotti per più tempo ed a temperature ben più elevate, aggiungendo alla tradizionale qualità arabica percentuali di qualità robusta, più dolce, oltre che contenente maggior carica di caffeina.

Chi afferma che l’elemento chiave di un buon caffè sia l’acqua non sbaglia, visto che quella di Napoli proviene dalle sorgenti del Serino, ovvero dai Monti Irpini: un’acqua apprezzata e bevuta fin dai tempi degli antichi romani e, ancora oggi, ritenuta tra le migliori per caratteristiche organolettiche e purezza.

E, poi, come non considerare la particolarissima maniera di servire il caffè, nella tipica tazzina di porcellana bombata bollente, al fine di rendere attento e stimolante il momento della consumazione, non prima di avere bevuto un abbondante sorso di acqua, per ripulire bocca e palato e così apprezzarlo ancor di più.

Infine, un doveroso cenno al tipico barista napoletano, tra i più apprezzati e competenti: una figura derivante dai maestri caffettieri borbonici che gli hanno, evidentemente, tramandato trucchi e segreti nel servire il caffè.

Un ultimo dato, non certo per importanza: il consumo di caffè a Napoli è primo per numero di bar per chilometri quadrato.

…Perché un napoletano medio beve all’incirca cinque/sei caffè al giorno; a colazione, in mattinata, dopo pranzo, il pomeriggio ed anche dopo cena.

…Perché per un napoletano bere un caffè è costume culturale, oltre ad essere un’abitudine alimentare di aggregazione-principe da condividere e non certo da bere soli.

In proposito Massimo Troisi docet: “Bere un caffè da soli è il massimo dell’umana solitudine, tant’è che, quando fisicamente si è soli, lo si condivide con uno sconosciuto che berrà il sospeso da lui lasciato pagato…”:

Ecco perché per un napoletano “bere un caffè” rappresenta il primo approccio per ogni tipo di relazione: un momento in cui ci si confronta, ci si scambia opinioni, ci si conosce ancor meglio…

…Un modo di relazionarsi tipicamente partenopeo e che, perciò, il mondo intero, oltre ad ogni altra città d’Italia, non ha potuto fare a meno di imitare.

Graphic created by: Damiana Cicconetti