“Dalla testa ai piedi. Il corpo nella Collezione Würth”: a Capena, un viaggio nell’arte che racconta l’identità umana

Dalla testa ai piedi. Il corpo nella Collezione Würth”: a Capena, un viaggio nell’arte che racconta l’identità umana

All’Art Forum Würth Capena oltre cinquanta opere di grandi maestri internazionali per esplorare il corpo come simbolo, memoria e specchio delle trasformazioni del nostro tempo

di Giordana Fauci

Venerdì 15 maggio, presso l’Art Forum Würth Capena, si è tenuta la presentazione ufficiale della mostra Dalla testa ai piedi. Il corpo nella Collezione Würth, accompagnata da una visita guidata riservata alla stampa, a cura di Valentina Spagnuolo, Direttrice dell’Art Forum. 

L’esposizione, in mostra dal 18 maggio 2026 all’11 settembre 2027, raccoglie oltre cinquanta opere firmate da trentanove artisti internazionali, tra dipinti, sculture, fotografie, collage e stampe, costruendo un articolato itinerario visivo che attraversa più di un secolo di ricerca artistica. 

Il corpo emerge come protagonista assoluto: presenza fisica e insieme metafora, luogo dell’identità e della memoria, spazio di conflitto, fragilità, desiderio e trasformazione.

La mostra propone una riflessione ampia e stratificata sul modo in cui il corpo è stato rappresentato e reinterpretato dall’arte moderna e contemporanea: si passa dalle forme monumentali e sensuali di Fernando Botero alle tensioni espressive di Georg Baselitz, dalle anatomie frammentate di Louise Bourgeois alla forza gestuale di Kazuo Shiraga, fino alle icone pop di Andy Warhol.

Il corpo appare talvolta riconoscibile e narrativo, altre volte deformato, nascosto o evocato attraverso segni e materiali. In questo modo la mostra riesce a raccontare le profonde trasformazioni culturali che hanno attraversato il Novecento e il contemporaneo: guerre, mutamenti sociali, rivoluzioni estetiche, crisi identitarie e nuove forme di percezione del sé.

Tra gli artisti presenti figurano nomi fondamentali della scena internazionale come Magdalena Abakanowicz, Hans Arp, Giorgio De Chirico, Antony Gormley, Alex Katz, Marc Quinn, Antoni Tàpies e Francesco Clemente, accanto a numerosi altri protagonisti della ricerca artistica europea ed internazionale.

Particolarmente significativo è il dialogo tra le opere storiche e contemporanee, che permette al visitatore di osservare come la rappresentazione del corpo si sia progressivamente trasformata da immagine idealizzata a territorio di sperimentazione psicologica, politica e concettuale.

Il corpo diventa così archivio emotivo, superficie vulnerabile, strumento di denuncia o mezzo di affermazione individuale.

La scelta curatoriale punta inoltre a valorizzare la varietà dei linguaggi artistici presenti nella Collezione Würth, una delle raccolte più importanti d’Europa, da sempre impegnata nella promozione dell’arte contemporanea attraverso esposizioni, attività educative e iniziative culturali aperte al pubblico.




“Atlas Studios”: il cinema della storia secondo Latefa Wiersch

“Atlas Studios“: il cinema della storia secondo Latefa Wiersch

L’Istituto Svizzero di Roma presenta la prima mostra monografica italiana dell’artista Latefa Wiersch

di Giordana Fauci

Dal 13 marzo al 5 luglio l’Istituto Svizzero di Roma presenta “Atlas Studios”, la prima mostra monografica in Italia dedicata all’artista Latefa Wiersch.

Allestita negli spazi di Villa Maraini, la mostra si configura come un ambiente immersivo che trasforma lo spazio espositivo in un dispositivo cinematografico.

Il progetto prende il nome dagli Atlas Studios di Ouarzazate, in Marocco: grandi studi cinematografici ai margini del deserto, utilizzati da decenni per ricreare l’immaginario dell’antichità.

È proprio da questo “dietro le quinte” della rappresentazione storica che Wiersch sviluppa la sua indagine, interrogando il modo in cui il cinema e la cultura pop hanno modellato la nostra percezione del passato.

La pratica dell’artista si muove tra autobiografia e finzione, attraversando riferimenti alla cultura televisiva, al cinema e alle narrazioni storiche occidentali.

Tale sovrapposizione tra biografia e mito diviene il punto di partenza per una riflessione più ampia sulle narrazioni imperiali e sulle loro permanenze nell’immaginario contemporaneo.

Villa Maraini si trasforma così in una sequenza di set cinematografici: backstage, luci di scena, costumi e ambienti di prova costruiscono un percorso che svela i meccanismi della rappresentazione.

Lo spazio espositivo non simula semplicemente un film, ma ne mette in scena la produzione stessa, rendendo visibili i dispositivi attraverso cui la storia viene continuamente riscritta.

Ad abitare questi ambienti sono le figure ricorrenti di Wiersch: personaggi simili a pupazzi, né completamente vivi né inanimati, che incarnano identità ibride e instabili.

Tra loro si incontrano la regina amazigh Kahina, Gertrude Bell con il suo cammello e un operaio intento a restaurare gli affreschi della villa.

Ogni figura è al tempo stesso personaggio storico, attore e spettatore, in un continuo slittamento di ruoli che mette in crisi la stabilità dell’identità.

Attraverso queste presenze la mostra interroga il modo in cui le narrazioni del potere e dell’alterità vengono costruite, ripetute e naturalizzate.

L’immaginario storico si rivela come una superficie teatrale, ove ciò che vediamo è sempre il risultato di una messa in scena.

“Atlas Studios” diviene così un dispositivo critico e poetico insieme: un luogo in cui il passato non è mai definitivamente alle spalle, ma continua ad essere recitato, rielaborato e messo in scena.

Credit Photo by: Istituto Svizzero




Mischa Kuball alla Casa di Goethe tra Newton, Goethe e Galileo

Mischa Kuball alla Casa di Goethe tra Newton, Goethe e Galileo

A Roma una mostra trasforma la storia della scienza in esperienza visiva, mettendo in dialogo percezione, conoscenza e potere, attraverso le installazioni luminose dell’artista tedesco

di Giordana Fauci 

Dal 30 aprile al 4 ottobre il Museo Casa di Goethe ospita la mostra personale “NEWTON | GOETHE | GALILEO. Riflessioni di Mischa Kuball, un progetto espositivo che intreccia arte contemporanea, filosofia della percezione e storia della scienza.

Curata da Gregor H. Lersch, l’esposizione presenta due importanti cicli di opere dell’artista concettuale tedesco Mischa Kuball, da oltre trent’anni impegnato in una ricerca artistica fondata sul mezzo della luce.

La mostra prende avvio dall’installazione “Newton/Goethe, concepita appositamente per gli spazi della Casa di Goethe.

Qui Kuball rilegge uno dei più celebri dibattiti scientifici dell’età moderna: quello tra Johann Wolfgang von Goethe e Isaac Newton sulla natura del colore e della luce.

Nel suo trattato “Zur Farbenlehre del 1810, Goethe si oppose apertamente alla teoria newtoniana secondo cui il colore nasce dalla scomposizione della luce bianca nello spettro visibile.

Newton considerava il colore una proprietà oggettiva della luce; mentre Goethe poneva al centro l’esperienza umana della percezione: i colori, secondo lui, emergono dall’incontro tra luce e oscurità, non potendo essere separati dallo sguardo di chi osserva.

Le differenti concezioni della luce vengono proiettate su un corpo rotante, generando continue sovrapposizioni cromatiche e configurazioni instabili. Il colore smette così di essere un dato fisso e diviene un processo mutevole, determinato dal tempo, dal movimento, dallo spazio e dalla prospettiva dello spettatore. L’opera invita il pubblico ad interrogarsi sui limiti della conoscenza scientifica e sulla dimensione soggettiva del vedere.

La seconda sezione della mostra è dedicata all’installazione “five suns / after Galileo, in questo lavoro la luce attraversa cinque vetri rotanti colorati, evocando gli studi di Galileo Galilei sulle macchie solari.

Le osservazioni astronomiche di Galileo all’inizio del XVII secolo contribuirono a mettere in discussione la visione geocentrica sostenuta dalla Chiesa cattolica, aprendo la strada ad una nuova idea di universo.

Kuball interpreta questa svolta scientifica come una rivoluzione dello sguardo. Con Galileo nasce infatti una forma di visione strumentalmente ampliata, individuale e verificabile, capace di sottrarsi all’autorità dogmatica. La mostra suggerisce come ogni forma di visibilità sia inevitabilmente legata a rapporti di potere e a sistemi culturali che stabiliscono ciò che può essere visto, compreso e accettato.

La luce, elemento centrale nella ricerca di Kuball, diviene qui metafora di conoscenza e trasformazione.

L’inaugurazione della mostra si è tenuta il 29 aprile con una visita guidata dell’artista, con gli interventi istituzionali di Gregor H. Lersch, Monika Schnetkamp e Andreas Krüger.




Francesca Woodman e il Surrealismo: il corpo come soglia tra immagine e sogno

Francesca Woodman e il Surrealismo: il corpo come soglia tra immagine e sogno

Al Gagosian di Roma, la mostra “Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid” racconta il vortice visionario dell’artista tra autoritratto, frammentazione e immaginario surrealista

di Giordana Fauci

Al Gagosian Gallery di Roma, dal 29 aprile al 31 luglio, cinquanta fotografie riportano al centro della scena una delle figure più enigmatiche e influenti della fotografia contemporanea: Francesca Woodman.

La mostra, intitolata “Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid“, costruisce un percorso immersivo dentro il suo immaginario, ove il corpo diviene soglia instabile tra presenza e dissolvenza, identità e sparizione.

Le opere selezionate, molte delle quali raramente esposte o inedite, restituiscono autoritratti e figure femminili immerse in ambienti fatiscenti, interni abbandonati o spazi naturali carichi di ambiguità.

Il corpo appare spesso mosso, sfocato, quasi in fuga dall’immagine stessa; mentre oggetti quotidiani divengono dispositivi simbolici capaci di aprire brecce narrative e psichiche.

Il dialogo con il Surrealismo attraversa tutta la produzione di Woodman e viene qui esplicitato come chiave di lettura centrale. Non si tratta di una semplice affinità estetica, ma di una vera e propria adesione poetica ad un modo di pensare l’immagine come spazio dell’inconscio, della metamorfosi e dell’associazione libera.

Durante la sua formazione alla Rhode Island School of Design, Woodman studia il Dadaismo e il Surrealismo, assorbendone la tensione verso il sogno e la rottura delle logiche percettive.

Nei suoi taccuini compaiono riferimenti diretti a tali correnti, che si traducono in un uso della fotografia come pratica performativa e quasi teatrale.

Il titolo della mostra richiama una sua celebre immagine in cui frammenti di specchio divengono strumenti di distorsione visiva e simbolica. L’idea dello specchio come taglio, frattura o filtro percettivo richiama tanto le fiabe quanto l’immaginario surrealista, in cui la realtà è sempre instabile e moltiplicata.

Fondamentale nel percorso dell’artista è il legame con Roma, città in cui Woodman vive tra il 1977 e il 1978.

L’esperienza romana amplifica la sua ricerca: le architetture decadenti, le stratificazioni urbane e la luce mediterranea divengono elementi attivi nella costruzione delle sue immagini, contribuendo a definire quella poetica dell’instabilità che attraversa tutta la sua opera.

Le fotografie in mostra non sono semplici autoritratti, bensì veri e propri dispositivi concettuali.

Il corpo di Woodman o quello delle modelle che talvolta utilizza non è mai pienamente leggibile: si nasconde, si dissolve, si frammenta nello spazio.

Specchi, vetri, superfici riflettenti e tempi di esposizione prolungati contribuiscono a creare immagini che sembrano emergere da uno stato intermedio tra realtà e immaginazione.

In tal senso la sua opera si colloca pienamente in quel territorio della fotografia concettuale femminile che ha saputo ridefinire i confini tra identità, rappresentazione e auto-rappresentazione.

Ad oltre quarant’anni dalla sua scomparsa il lavoro di Francesca Woodman continua ad esercitare una forte influenza sul linguaggio visivo contemporaneo.

La mostra romana ne restituisce la potenza visionaria, evidenziando come la sua ricerca non sia mai stata semplicemente autobiografica, ma profondamente universale.

Credit Photo by: Gagosian Gallery




Ettore Scola, il cinema della memoria in mostra a Roma

Ettore Scola, il cinema della memoria in mostra a Roma

Al Museo di Roma un viaggio nella vita e nell’opera del grande regista: fotografie, manoscritti, filmati e materiali inediti raccontano l’uomo, l’artista e il suo legame profondo con la Capitale

di Giordana Fauci

Dal 2 maggio al 13 settembre il Museo di Roma rende omaggio ad Ettore Scola con la mostra “Non ci siamo mai lasciati”, organizzata in occasione del decennale della sua scomparsa.

Curata da Silvia Scola e Alessandro Nicosia l’esposizione ripercorre la vita personale e artistica di uno dei più importanti protagonisti del cinema italiano del Novecento.

Il percorso espositivo restituisce un ritratto di Scola: non soltanto regista, ma anche sceneggiatore, disegnatore e osservatore acuto della società italiana. Attraverso fotografie, manoscritti, sceneggiature originali, appunti personali, articoli, vignette e bozzetti di scena, la mostra racconta il processo creativo di un autore capace di trasformare la satira e la cronaca quotidiana in cinema universale.

Tra i materiali esposti emergono numerosi documenti inediti provenienti dall’Archivio della famiglia Scola, curato da Marco Scola di Mambro.

Oggetti simbolici come le sedie da regista, la macchina da scrivere, i primi ciak e il celebre trench indossato da Federico Fellini in “C’eravamo tanto amati” diventano testimonianze tangibili di una stagione irripetibile del cinema italiano.

La sezione L’artista approfondisce le molteplici anime creative di Scola: sceneggiatore, disegnatore e regista.

Dai primi lavori satirici ai capolavori cinematografici emerge la capacità di raccontare l’Italia con ironia, malinconia e profondità civile.

Film come “Brutti, sporchi e cattivi” e “Una giornata particolare” continuano ancora oggi ad interrogare il pubblico sulle trasformazioni sociali e culturali del Paese.

L’ultima parte, Roma, è dedicata al rapporto speciale tra Scola e la Capitale. Pur essendo nato in Irpinia, il regista ha fatto di Roma una protagonista costante del suo cinema: una città viva, contraddittoria e umana, osservata dalle periferie alle terrazze borghesi. Nei suoi film, Roma diviene il luogo in cui si intrecciano memoria privata e storia collettiva, raccontando i cambiamenti dell’Italia dal Dopoguerra ai nostri giorni.

Pensata per un pubblico ampio e intergenerazionale, la mostra propone anche approfondimenti, attività formative e strumenti accessibili per avvicinare le nuove generazioni all’opera del regista.

Ad accompagnare l’esposizione vi è inoltre un catalogo arricchito da materiali iconografici inediti e testimonianze di personalità come Fanny Ardant, Giuseppe Tornatore e Dacia Maraini.

Con “Non ci siamo mai lasciati” Roma celebra non soltanto un grande autore, ma anche uno sguardo che ha saputo raccontare il Paese con sensibilità, intelligenza e profonda umanità.




L’Accademia d’Ungheria in Roma presenta “Alla ricerca del tempo perduto”

L’Accademia d’Ungheria in Roma presenta “Alla ricerca del tempo perduto

Dal 26 marzo al 4 giugno una mostra collettiva esplora il rapporto tra passato, ricordo e percezione contemporanea

di Giordana Fauci 

Dal 26 marzo al 4 giugno l’Accademia d’Ungheria in Roma apre le proprie sale alla mostra d’arte contemporanea “Alla ricerca del tempo perduto”, a cura di Ágnes Urbán.

Un progetto espositivo che intreccia memoria individuale e collettiva, trasformando il ricordo in esperienza visiva e sensoriale.

Realizzata in collaborazione con l’Associazione Ungherese degli Artisti di Arti Figurative e Applicate, con il sostegno dell’Accademia Ungherese delle Arti e del Ministero della Cultura e Innovazione, la mostra propone una riflessione profonda sul modo in cui il passato continua ad abitare il presente.

Le opere esposte raccontano, infatti, una memoria che riaffiora continuamente attraverso immagini, emozioni, dettagli e frammenti di esperienza.

Ogni artista interpreta questo processo come un attraversamento del tempo: il ricordo diviene materia viva, capace di sovrapporsi alla realtà contemporanea, generando nuove letture dell’identità personale e collettiva.

Il titolo della mostra richiama inevitabilmente l’universo letterario di Marcel Proust e la sua idea di memoria involontaria: quella scintilla improvvisa che, attraverso una sensazione o un’immagine, riporta alla luce emozioni dimenticate.

Nell’esposizione l’arte assume proprio questa funzione evocativa, divenendo ponte tra ciò che siamo stati e ciò che continuiamo ad essere.

Pittura, installazione, linguaggi visivi e sperimentazioni contemporanee costruiscono così un percorso immersivo in cui il visitatore è chiamato a confrontarsi con le proprie tracce interiori, con la storia condivisa e con il peso invisibile del tempo.

A suggellare il senso dell’intera esposizione è la citazione dello scrittore Ken Liu: “Voi uomini credete di essere ciò che fate… Mentre in realtà siete ciò che ricordate…”.

…Una frase che sintetizza perfettamente il cuore della mostra: la memoria non come semplice archivio del passato, bensì come elemento essenziale della nostra identità presente.

Credit Photo by: Accademia d’Ungheria




A Roma la mostra che celebra lo scenografo e costumista Dante Ferretti 

A Roma la mostra che celebra lo scenografo e costumista Dante Ferretti

Ai Musei di San Salvatore in Lauro quaranta bozzetti del grande scenografo e costumista Premio Oscar diventano opere d’arte autonome

di Giordana Fauci

Dal 17 aprile al 19 luglio i Musei di San Salvatore in Lauro ospitano la mostra su Dante Ferretti dal titolo “Con i miei occhi”, curata da Raffaele Curi.

In esposizione quaranta bozzetti che attraversano la sua carriera e ribaltano una gerarchia spesso sottovalutata: quei disegni non sono semplici strumenti preparatori, ma vere opere d’arte. È da lì che il cinema di Ferretti nasce.

Gessetti, carboncini, collage e tecniche miste diventano il linguaggio con cui lo scenografo traduce la sceneggiatura in immagini.

Il suo metodo è sempre stato essenziale e rigoroso: leggere il testo, isolarsi, immaginare, disegnare.

La mostra mette in evidenza anche la genealogia artistica del suo sguardo. Ferretti ha imparato a vedere il cinema attraverso la pittura: Piero della Francesca, Masaccio, El Greco, Giotto, fino ai mondi visionari di Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel il Vecchio.

Le sue scenografie nascono sempre da una memoria figurativa che trasforma la luce e lo spazio in racconto.

Tra le opere esposte spicca “Il faro di Shutter Island“, isolato in un paesaggio ostile e dedicato da Ferretti a Fellini; nonché l’interno della balena di “Le avventure del barone di Münchausen“, ove le forme teatrali sembrano uscite da un dipinto fantastico.

Il lavoro dello scenografo, però, spesso rimane nell’ombra. Ferretti lo racconta attraverso un episodio legato a Titus di Julie Taymor.

La regista voleva il Colosseo; lui, tornando da Fiumicino, vide il Palazzo della Civiltà Italiana all’EUR e propose quel “Colosseo quadrato” razionalista come ambientazione principale.

L’idea piacque subito e il film venne costruito quasi interamente lì. Nelle interviste successive tuttvia quella scelta fu raccontata come un’intuizione della regista. Ferretti lo ricorda senza rancore: ciò che conta, per lui, è che l’opera resti in piedi.

Anche in teatro il suo approccio non cambia. Dalla Carmen allo Sferisterio di Macerata fino al Werther tra Genova e Zagabria, Ferretti continua ad immaginare spazi nuovi, sapendo che sul palcoscenico non esiste il montaggio cinematografico: quello che si costruisce resta esattamente così.

Non a caso Dante Ferretti si definisce “un muratore…”: ama i mattoni più del cemento e gli acquedotti romani che resistono ai secoli più delle architetture moderne.

Credit Photo by: Turismo Roma




“Alla studiosa Gioventù del Disegno”: all’Accademia di San Luca di Roma tre secoli di architettura

Alla studiosa Gioventù del Disegno”: all’Accademia di San Luca di Roma tre secoli di architettura

Oltre 140 disegni raccontano la storia dei Concorsi Clementini, il prestigioso premio che dal Settecento all’Ottocento ha formato generazioni di giovani architetti europei

di Giordana Fauci 

Dal 6 maggio al 25 luglio l’Accademia Nazionale di San Luca di Roma ospita la mostra “Alla studiosa Gioventù del Disegno. I Concorsi Clementini di architettura. 1702–1869″, a cura di Laura Bertolaccini, Francesco Cellini, Tommaso Manfredi e Angelo Torricelli.

L’esposizione propone per la prima volta una lettura completa dei Concorsi Clementini di architettura, attraverso oltre 140 disegni storici che testimoniano l’evoluzione del progetto architettonico tra XVIII e XIX secolo.

Il percorso espositivo ruota attorno al celebre “Concorso” istituito nel 1702 da Papa Clemente XI, successivamente denominato “Clementino”, in suo onore.

Nato per sostenere e valorizzare i giovani aspiranti architetti provenienti da diversi contesti europei, la cosiddetta “studiosa Gioventù del Disegno”, il concorso si svolse tra trasformazioni e interruzioni fino al 1869.

I disegni esposti rappresentano un patrimonio di straordinario valore storico e artistico. Attraverso tavole progettuali, studi prospettici e rilievi architettonici, emerge il quadro della cultura architettonica italiana ed europea dell’epoca: una realtà attraversata da rigore accademico, conformismi e tensioni innovative, alimentate dalla crescente circolazione delle idee nel Continente.

L’Accademia conserva oggi ben 976 disegni dei vincitori dei Concorsi Clementini di architettura, testimonianza unica di oltre un secolo e mezzo di formazione artistica e progettuale.

In occasione della mostra è stato inoltre lanciato il sito ufficiale Concorsi Clementini Architettura, on line dal 6 maggio, che ha così reso accessibili le riproduzioni digitali di tutti i disegni conservati.

La piattaforma offre altresì approfondimenti storici e biografici dedicati ai protagonisti di questa importante esperienza accademica.

Con tale iniziativa l’Accademia Nazionale di San Luca restituisce al pubblico un capitolo fondamentale della storia dell’architettura europea, valorizzando un archivio di eccezionale importanza e riaffermando il ruolo centrale del disegno come strumento di ricerca, formazione e immaginazione progettuale.

Credit Photo by: Turismo Roma




Le Case del Celio: la Roma sotterranea tra fede e memoria

Le Case del Celio: la Roma sotterranea tra fede e memoria

Un complesso archeologico unico sotto la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, ove si intrecciano domus romane, affreschi cristiani e tracce di vita quotidiana tra II e VII secolo d.C.

di Giordana Fauci 

Nel cuore del colle Celio, a Roma, sotto la maestosa Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, si nasconde uno dei complessi archeologici più sorprendenti della città: le Case del Celio.

Questo straordinario sito ipogeo, il più affascinante della Roma sotterranea, racconta quasi mille anni di trasformazioni urbane, sociali e religiose, stratificate in oltre venti ambienti conservati su più livelli.

Scoperte nel 1887 da Padre Germano di San Stanislao, le Case del Celio costituiscono un vero e proprio viaggio nel tempo: da elegante residenza aristocratica a condominio popolare; da spazio commerciale a luogo di culto cristiano, fino alla costruzione della basilica sovrastante che ne sigilla la memoria.

Il complesso nasce come una raffinata domus del II secolo d.C., dotata di ambienti residenziali e impianti termali privati.

Accanto a questi ambienti si trovano spazi funzionali come la cella vinaria, utilizzata come magazzino fino al VII secolo, nonché ambienti di servizio che testimoniano la continuità dell’uso abitativo.

Tra IV e V secolo il complesso assume una forte valenza religiosa. Secondo la tradizione, qui hanno vissuto e subito il martirio i santi Giovanni e Paolo, durante il regno dell’imperatore Giuliano l’Apostata.

La Confessio, piccolo ambiente cultuale, diventa il fulcro della memoria dei martiri, con affreschi che raccontano episodi di persecuzione e devozione cristiana. Sopra di essa, nel V secolo, è stata costruita la basilica che ha trasformato definitivamente lo spazio sotterraneo in luogo di memoria sacra.

Il percorso si conclude nell’Antiquarium, ove sono conservati reperti romani e medievali che raccontano l’evoluzione del sito fino all’età moderna.

Le Case del Celio non sono soltanto un sito archeologico, bensì una narrazione stratificata della città: aristocrazia e vita popolare, culto pagano e cristiano, arte e quotidianità convivono negli stessi spazi.

Visitare questo complesso significa entrare in una Roma invisibile, in cui ogni muro conserva tracce di trasformazioni profonde, ove la storia non è mai lineare, ma costruita per sovrapposizioni, cancellazioni e rinascite.

Credit Photo by: Turismo Roma




“Vasari e Roma”: il Rinascimento è protagonista ai Musei Capitolini

Vasari e Roma”: il Rinascimento è protagonista ai Musei Capitolini

A Palazzo Caffarelli una grande mostra celebra il legame tra Giorgio Vasari e la Città Eterna, tra capolavori, documenti e testimonianze del Cinquecento

di Giordana Fauci 

Dal 20 marzo al 19 luglio i Musei Capitolini rendono omaggio ad uno dei grandi protagonisti del Rinascimento con la mostra “Vasari e Roma, ospitata negli spazi di Palazzo Caffarelli. 

L’esposizione conclude le celebrazioni per i 450 anni dalla morte di Giorgio Vasari e racconta il profondo rapporto che legò l’artista aretino alla Città Eterna, luogo decisivo per la sua formazione artistica e intellettuale.

La mostra ricostruisce il dialogo tra Vasari e Roma attraverso i suoi soggiorni nella Capitale, evidenziando il ruolo centrale che la città ebbe nello sviluppo della sua carriera di pittore, architetto e autore delle celebri “Le Vite” de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori.

Un percorso che restituisce al pubblico la complessità di una figura capace di interpretare il fermento culturale e politico del XVI secolo.

Grazie a prestigiosi prestiti provenienti da importanti istituzioni italiane e internazionali, tra cui le Gallerie degli Uffizi, la Biblioteca Apostolica Vaticana, il Museo e Real Bosco di Capodimonte, nonché la Pinacoteca Nazionale di Siena, l’esposizione presenta oltre settanta opere tra dipinti, disegni, lettere, incisioni, medaglie e documenti storici.

Tra i capolavori in mostra spiccano la “Resurrezione realizzata con Raffaellino del Colle, la “Resurrezione di Cristo del 1550 e il celebre “Ritratto di gentiluomo proveniente da Genova. Di particolare rilievo anche la “Natività del 1538, conosciuta come Notte di Camaldoli, raffinata opera giovanile dipinta “alla fiamminga” e l’intensa “Orazione nell’Ortodel 1571, testimonianza della maturità artistica di Vasari.

Il percorso espositivo si articola in quattro sezioni cronologiche che seguono le principali tappe romane dell’artista: dagli studi sull’antico e su Raffaello Sanzio fino ai lavori in Vaticano per Pio V, passando per il rapporto con Michelangelo Buonarroti e le committenze papali della metà del Cinquecento.

“Vasari e Roma” si presenta come un’occasione unica per riscoprire il rapporto tra arte, potere e cultura nella Roma rinascimentale, attraverso lo sguardo di uno dei suoi più grandi narratori.