Maldive, recuperati i corpi di due sub italiani, individuati nella terza sezione della Grotta degli Squali

Maldive, recuperati i corpi di due sub italiani, individuati nella terza sezione della Grotta degli Squali

Tra le ipotesi c’è quella di un disorientamento all’interno della grotta. Se uno dei sub avesse avuto un malore o se il gruppo avesse perso l’orientamento, il sollevamento del sedimento potrebbe aver aggravato rapidamente la situazione…”, queste le parole di Chiara Ferri, direttore medico di Dan Europe

di Damiana Cicconetti 

Giovedì 14 maggio, nell’atollo di Vaavu, alle Maldive, cinque sub italiani hanno perso la vita durante un’immersione nella Thinwana Kandu, la cosiddetta Grotta degli Squali, in un’esplorazione a 60 metri di profondità.

Le vittime sono Monica Montefalcone, la figlia Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino, Federico Gualtieri e Gianluca Benedetti.

Morto anche Mohamed Mahudhee, sub delle Forze Armate delle Maldive impegnato nelle ricerche, ricoverato dopo una malattia da decompressione, patologia che colpisce i sub quando risalgono troppo rapidamente in superficie.

Sono stati recuperati tre dei cinque corpi: il primo è Gianluca Benedetti, nel corridoio che collega la prima alla seconda cavità della grotta, dove secondo le ricostruzioni avrebbe tentato di aiutare gli altri prima di provare a risalire. 

Tre speleo-sub finlandesi inviati da Dan Europe, hanno individuato i cadaveri, in una drammatica fila indiana: quattro corpi sono stati trovati nello stesso cunicolo, un budello senza uscita che si dirama dalla seconda caverna.

Oggi sono stati recuperati i corpi di Federico Gualtieri e Monica Montefalcone: a confermare l’identificazione è stato il legale della famiglia Gualtieri, avvocato Antonello Riccio.

Le operazioni di recupero sono condotte per fasi successive, con finestre operative limitate e un’impostazione prudente…”, ha spiegato Dan Europe, organizzazione medica e scientifica internazionale attiva nella sicurezza subacquea, nella gestione delle emergenze, nella ricerca e nell’assistenza ai subacquei.

Il recupero avviene attraverso una complessa “staffetta tecnica”: Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist, tre speleo-sub finlandesi scendono a circa 60 metri di profondità, recuperano i corpi e li portano a quota 30 metri. Da lì intervengono i sommozzatori militari maldiviani che li portano a 7 metri, dove intervengono i sub della polizia.

I tre speleo-sub finlandesi nel 2018 parteciparono al salvataggio dei ragazzi thailandesi intrappolati nella grotta di Tham Luang. Anni prima, durante un’immersione a 135 metri di profondità, in una grotta in Norvegia, videro morire due loro amici. Tornarono poi a recuperarne i corpi nella Plurdalen Valley. “Erano in miniere sommerse, hanno detto subito sì…”, ha raccontato Laura Marroni, Ceo di Dan Europe.

Il contesto operativo è quello di una grotta profonda, con ingresso tra 55 e 60 metri, passaggi stretti, cunicoli e forte rischio di sollevamento del sedimento, condizione che azzera la visibilità. Per immersioni di questo tipo bisogna utilizzare attrezzature tecniche avanzate: rebreather a circuito chiuso, che riciclano i gas respiratori, scooter subacquei ad alta potenza e sistemi di supporto vitale ridondanti…”, dichiara Dan Europe. 

Nelle immersioni in acque libere si può risalire in superficie per respirare. In una grotta si parla di Overhead Environment, un ambiente con un tetto sopra la testa. Qualsiasi problema deve essere risolto sul posto, prima di tornare all’uscita. I subacquei in mare aperto ragionano in verticale: scendono e risalgono. Nelle grotte bisogna pensare in orizzontale. Ogni attrezzatura vitale deve essere portata in doppia o tripla copia. Il sedimento sollevato può ridurre la visibilità a zero…”, spiega Beat Müller, subacqueo da oltre trent’anni. 

Una terza camera della grotta si trova a 80 metri di profondità; si tratta di un vicolo cieco. A queste profondità non bisogna immergersi con sistemi aperti usati nelle immersioni ricreative. Servono rebreather e miscele respiratorie specifiche. Non conosco nessuno che abbia mai effettuato immersioni simili in quel sito. Alle Maldive è vietato per legge immergersi oltre i 30 metri di profondità…”, aggiunge Müller.

Scendere a quelle profondità può comportare la narcosi da azoto, che riduce lucidità e capacità cognitive. Parliamo di ambienti con forte presenza di sedimento sabbioso. Basta poco per perdere la visibilità e non riuscire ad individuare il punto d’ingresso. Tra le ipotesi c’è quella di un disorientamento del gruppo all’interno della grotta. Se uno dei sub avesse avuto un malore o se il gruppo avesse perso l’orientamento, il sollevamento del sedimento potrebbe aver aggravato rapidamente la situazione…”, dichiara Chiara Ferri, direttore medico di Dan Europe.

Laura Marroni, Ceo di Dan Europe, ricostruisce così gli ultimi momenti: “I cinque hanno percorso il corridoio caratterizzato da un dosso che porta alla seconda cavità, dove lì è successo qualcosa. Sono state avanzate varie ipotesi: un malore dovuto alla narcosi da azoto, o un’intossicazione causata da bombole contaminate. Il posizionamento dei quattro corpi fa però pensare ad un disorientamento: in quella seconda caverna è buio e basta spostarsi per sollevare la sabbia e compromettere la visibilità…”.

Negli ultimi sei anni 112 turisti sono morti nell’arcipelago, di cui 42 durante immersioni o snorkeling.

Basta che uno dei partecipanti abbia un attacco di panico per trascinare gli altri…”, commenta Roberto Fragasso, sub esperto che vive alle Maldive da oltre trent’anni.

Nello stesso atollo Anna Maria Pistolato, appassionata di fotografia subacquea, si è immersa l’11 gennaio del 1983 senza tornare in superficie: il corpo venne ritrovato venti giorni dopo.

Oggi il marito Giorgio Bettin rivive quel dolore guardando alla vicenda di Gianluca Benedetti, il 44enne padovano morto nella grotta: “Mi ha fatto tornare indietro nel tempo. È successo nello stesso punto, è inquietante. Non ho mai più rivisto mia moglie viva. Ho saputo che erano arrivati a 54 metri per scelta del loro accompagnatore…”, ha raccontato. 

La notizia arrivata dal mare aperto ha riaperto un canale con il 1983: un ponte di dolore tra due generazioni di padovani unite dallo stesso dramma: “Sono vicino alla sua famiglia perché so cosa stanno provando in questo momento…”, ha dichiarato Giorgio Bettin.

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