Ripensare il carcere: gli Istituti Penitenziari Italiani devono rieducare, non solamente punire
Il testo della Costituzione è fin troppo chiaro: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato…”
di Damiana Cicconetti
Il testo della Costituzione è fin troppo chiaro: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva; le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità ma devono tendere alla rieducazione del condannato…”.
…Perché l’Italia è un Paese, giustamente, garantista: uno Stato in cui, prima di finire in carcere, bisogna essere oltremodo certi della colpevolezza del condannato.
Non a caso, la Carta Costituzionale è stata scritta da uomini che hanno conosciuto un carcere a dir poco “duro…”, quello della dittatura fascista, all’interno del quale in molti hanno perduto la vita: Antonio Gramsci, ad esempio e non certo perché colpevole di chissà quali crimini.
La Costituzione, dunque, non ha potuto fare a meno di considerare tali problematiche, stabilendo che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità…”, oltre a dover necessariamente “tendere alla rieducazione del condannato…”, perciò vietando la pena di morte.
Dunque, il carcere che avevano in mente i Padri Costituenti era teso alla rieducazione in toto del condannato che, al termine della pena, avrebbe dovuto essere un homo novus, anziché marchiato per sempre dall’aver vissuto il carcere, da intendere finanche – ma non esclusivamente – come avente funzione punitiva.
Eppure, la realtà è ben diversa, come è a tutti tristemente noto.
…Perché, al di là di riforme che, nel tempo, si sono succedute, il carcere tende ancor oggi solo ed unicamente a punire, non anche a “riabilitare…”, al contempo “marchiando” indelebilmente chi ha la sfortuna di entrarvi.
Non a caso, prima della legge di riforma del 1975, la condanna era addirittura immodificabile, salvo casi eccezionali rappresentati dalla “grazia” e dalla “liberazione condizionale”: unici istituti che potevano modificare la durata della pena inflitta.
Solo successivamente si è statuito che la durata della pena potesse essere modificata e persino decurtata, per effetto dei comportamenti del condannato, orientati per l’appunto all’obiettivo del recupero, chiarendo altresì che “il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità, oltre ad assicurare il rispetto della dignità umana. Ergo, il trattamento è improntato ad assoluta imparzialità, senza discriminazioni in ordine a nazionalità, razza e condizioni economiche, sociali o politiche, oltre a credenze religiose…”.
Trattamenti che, ad onore del vero, al di là di riforme sulla carta, hanno continuato a restare disattesi, viste le condizioni disumane in cui vivono a tutt’oggi i detenuti: stipati all’interno di piccole celle sovraffollate, del tutto inadatte ad ospitare esseri umani spesso afflitti da malattie serissime, quali AIDS o tossicodipendenze.
Del resto, fin dal 1904 l’esponente del partito socialista Filippo Turati aveva evidenziato analoghe problematiche, dichiarando: “Ci vantiamo di avere cancellato la pena di morte dal Codice Penale, ma le galere costringono poveri esseri umani a subire situazioni ancor peggiori di quelle inflitte in passato per mano dei carnefici! Ci gonfiamo le gote a parlare di emenda e di colpevoli ma le nostre carceri non sono altro che fabbriche di delinquenti e scuole di perfezionamento dei malfattori…”.
Parole che confermano l’attualità di queste sconcertanti affermazioni. Perché carceri, giustizia e procedure penali rappresentano ancor oggi i ‘tasti dolenti’ del sistema italiano.
Non pochi, infatti, sono i giornalisti e i politici che, dopo aver avuto modo di visitare le carceri del Bel Paese, provano vergogna, avendo verificato le terrificanti condizioni in cui all’interno di luoghi di cosiddetta rieducazione vige tutt’altro che recupero rieducativo…
E, in ogni caso, il cosiddetto carcere duro, fine a se stesso, vigente in Paesi stranieri, non ha – né potrà mai avere – funzione rieducativa, visto che chi commette reati non può smettere di compierne solo perché ha ricevuto tale punizione.
Di contro, chi ha vissuto il “carcere duro”, proprio in quegli stessi Paesi ove ancor oggi vige, non ha di certo persistito dal commettere cotanti reati… E, invero, ne ha commessi di più gravi, proprio perché non riabilitato ma unicamente punito.
E, in effetti, negli Stati in cui vige la pena di morte si continuano a commettere omicidi inenarrabili: a conferma del fatto che il carcere non svolge funzione di rieducazione.
Né si può sottovalutare un ulteriore, rilevante aspetto: il carcere – italiano ma finanche straniero – non ha neppure raggiunto lo scopo di reintegrare i detenuti nella società, rendendoli così tutt’altro che “homines novi”.
…Perché, al di là di quanto statuisce la Costituzione, i luoghi di detenzione assolvono alla sola funzione punitiva, anziché adoperarsi per il miglioramento di persone che certamente hanno sbagliato ma non per questo meritano di essere marchiate a vita per errori che non potranno non commettere ancora, visto che nessuno si occupa di rieducarli realmente o per meglio dire educarli ex novo, considerato che, fin troppo spesso, si tratta di persone nate e cresciute in ambienti a dir poco disagiati, ove l’educazione è un termine di cui non si conosce il significato ed in cui vige la sola legge del più forte.
Una considerazione sorge spontanea: le misure sociali e le attuali pene detentive alternative alla detenzione – quali, ad esempio, il servizio di utilità sociale – in taluni casi potrebbero rivelarsi indubbiamente più efficaci rispetto al carcere. Tanto più in considerazione del fatto che, spesso, all’interno di celle minuscole e sovraffollate, scontano pene i tossico-dipendenti (che rappresentano il 30% dei detenuti), oltre a persone con disturbi mentali (pari ad un ulteriore 20%).
…Perché è certo che un luogo inappropriato ad affrontare tante e tali problematiche non potrà mai essere adatto a rieducare alcuno, tanto più chi ha disagi psichici o è tossicodipendente.
…Perché si tratta di malati che devono essere necessariamente curati all’interno di istituti riabilitativi ad hoc, che dapprima si devono rivelare utili a curare malattie sì devastanti e, poi, devono essere consoni a reintegrare realmente…
…Perché solo in tal modo si può pensare di rieducare se non tutti, almeno il 50% di coloro che sono stati condannati a subire la reclusione.
Un intento che, tuttavia, pur apparendo logico e scontato, appare ancora fin troppo lontano dalla realtà.
…Perché va ribadito: al di là di quel che è statuito sulla carta, le carceri continuano a non tenere conto dei Diritti Umani dei detenuti.
…Persone che, in ogni caso, non meritano di “sopravvivere...” in condizioni tanto disumane.
…Condizioni talmente disumane da dimenticare di “essere umani…”, perciò preferendo talvolta il suicidio all’indifferenza della società.
Graphic Created by: Nadia Di Mario







