Victim Blaming: a rimanerne colpite in prevalenza le donne, così rese doppiamente vittime

Victim Blaming: a rimanerne colpite in prevalenza le donne, così rese doppiamente vittime

Le Istituzioni spesso non riescono a cogliere le violenze subite da molte donne che, sebbene denuncino tali orribili realtà, non ottengono giustizia, rischiando finanche di subire ulteriori sofferenze e danni

di Damiana Cicconetti

Il Victim Blaming, meglio noto come colpevolizzazione della vittima colpisce 3 donne su 10: si tratta di donne che, oltre ad aver subito violenza, non vengono credute dopo essersi rivolte alle Istituzioni per ottenere giustizia ma, prima ancora, protezione per se stesse e i loro figli.

…Donne che sono, dunque, vittime per ben due volte. Perché, oltre a subire il danno, subiscono finanche la beffa.

Un’ingiustizia intollerabile, quindi, perché parte dalle Istituzioni, entrando nei Tribunali e nelle case di chi ha subito tali violenze – siano esse di tipo sessuali ma altresì fisiche, psicologiche o economiche –.

Un’ingiustizia che fa sentire le vittime erroneamente colpevoli, così costringendole sull’orlo di un abisso che sfocia, nei casi migliori, in depressione.

Perché è ovvio che, dopo aver trovato il coraggio di denunciare, tante e tali vittime rischiano di non essere credute e, perciò, si ritrovano a subire un’ulteriore crudeltà ma, invero, violenza.

…Una ulteriore violenza che ha oltretutto un’aggravante. Perché questa ulteriore violenza proviene dalle stesse Istituzioni che hanno il compito di tutelarle.

Pertanto, il Victim Blaming consiste nella colpevolizzazione della vittima, implicando una corresponsabilità rispetto a quel che le è accaduto.

…Non a caso, si parla anche di vittimizzazione secondaria. Perché le donne che ne sono vittime subiscono vere e proprie campagne denigratorie, oltre a soffrire non poco per non essere credute: né dai medici, né dalle Forze dell’Ordine né, ancor peggio, da avvocati e giudici.

Una situazione che provoca danni tremendi nella psiche delle vittime, che vivono con un gran senso di colpa. In primis nei confronti dei figli.

…E, del resto, se le donne, troppo spesso, non denunciano è proprio perché temono di non essere credute. Perché in non pochi casi è accaduto – e, ad onore del vero, continua ad accadere – che le Istituzioni non riconoscano le violenze come tali, non avvertendo “campanelli d’allarme” che, ancor più spesso, minimizzano, al punto che veri e propri episodi di violenza domestica sono scambiati per banale “conflittualità tra ex coniugi” o partner, che dir si voglia.

…A non dimenticare quel che accade altrettanto spesso, quando le mogli denunciano mariti e partner violenti, chiedendo, al contempo, l’affido esclusivo dei figli, oltre a visite protette: situazioni drammatiche e che, perciò, necessitano di massima attenzione; situazioni che, di contro, non sono valutate come meriterebbero, col risultato che le povere vittime sono erroneamente ritenute “madri non collaborative” o, finanche, “alienanti”, pur non avendo fatto altro che richiedere protezione e tutela per i propri figli, prima ancora che per se stesse. 

…Non a caso, non pochi sono i casi di cronaca in cui accade che i figli di quelle povere donne sono affidati ai servizi sociali, perché anche il genitore che ha subito violenza viene considerato “inadeguato”: un’ingiustizia intollerabile, perché arriva dalle stesse Istituzioni che avrebbero dovuto offrire tutela. Perché se è vero che molti sono i professionisti capaci e valenti, è ancor più vero che non pochi sono quelli che si mostrano troppo impreparati.

…Né è possibile dimenticare i recenti casi di giovani donne uccise da partner che non hanno accettato di essere lasciati o che, più semplicemente, sono stati rifiutati: uomini che, perciò, hanno barbaramente ucciso le loro “amate…”. 

….Giovanissime donne che avevano sottovalutato “allarmanti campanelli” o che, ancor peggio, pur avendoli denunciati, non erano state minimamente ascoltate.  

Ecco perché è doveroso incrementare la formazione specifica di tutti gli operatori sul tema della violenza domestica, ovvero Forze dell’Ordine, magistrati, avvocati, consulenti, operatori dei servizi sociali, anche attraverso corsi di formazione ed aggiornamento sugli indici di riconoscimento della violenza domestica e sulla normativa in materia, pur senza dimenticare di offrire sostegno legale e psicologico alle vittime.

Né si può tacere un altro rilevante dato: fin troppo spesso il victim blaming è perpetrato proprio dai media, che creano un pregiudizio sociale nei confronti della vittima, al punto da arrivare a condizionare finanche il giudizio del Tribunale, oltre l’opinione pubblica.

E ciò può accadere prima ancora che si svolga il processo.

Frasi del tipo “se l’è cercata…. Voleva un risarcimento… Non avrebbe dovuto vestirsi così…” sono, in effetti, all’ordine del giorno!

Ed è, senza alcun dubbio, questo il motivo per cui le vittime, nel timore di perdere l’affidamento dei figli, quando non anche la stessa reputazione e vita, si ritrovano costrette a fare accordi con ex partner, al fine di evitare che i figli siano affidati ai servizi sociali o, peggio ancora, che finiscano collocati in casefamiglia, così preferendo accettare pericolosissimi “affidi condivisi”, col risultato che è sotto gli occhi di tutti e che è, fin troppo spesso, causa di vere e proprie tragedie familiari. 

…Perché un affidamento condiviso con un genitore violento non è di certo giusto, visto che un bravo genitore non può essere violento.

E non è di certo un caso che l’Italia spesso si sia ritrovata ad essere condannata dalla Corte Europea, per avere qualificato come “non collaborative” madri e donne che si erano semplicemente opposte agli incontri dei figli con ex-coniugi violenti.

…Perché è ovvio che, per la Corte Europea, l’interesse superiore del minore debba sempre prevalere sull’interesse del padre, finanche nella prosecuzione delle visite.

Ecco perché la Convenzione di Istanbul, con riferimento alla violenza domestica, ha stabilito all’articolo 31 che “gli Stati devono adottare tutte le iniziative atte a garantire i figli nel momento in cui sono determinati i diritti di custodia e di visita degli stessi, soprattutto prendendo in seria considerazione gli episodi di violenza domestica; e, in tali casi, deve essere oltretutto vietato il ricorso obbligatorio alla mediazione…”.

Ecco perché è necessario che chi si occupa di cotanti temi debba mostrarsi oltremodo preparato.

…Perché, in caso contrario, può accadere che, quando una donna si oppone alla mediazione, corra il rischio di essere ritenuta “non collaborativa”, senza considerare che, se si oppone, è perché il violento non desidera affatto mediare, bensì usare il tavolo della mediazione solo ed unicamente per continuare ad aggredire, offendere e umiliare ancora la propria vittima, oltretutto madre dei suoi stessi figli.

Graphic created by: Nadia Di Mario 

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